Un ragazzo ucciso a scuola, e la risposta dello Stato è un metal detector
di Davide TragliaAbanoud Youssef aveva 18 anni. È stato ucciso a scuola, a La Spezia, da un compagno di 19 anni che lo ha accoltellato. Un omicidio dentro un istituto scolastico non può essere liquidato come un fatto isolato: parla di una violenza che attraversa i luoghi dell’educazione e di un disagio giovanile che continua a essere ignorato o affrontato sempre allo stesso modo.
Ogni volta che accade qualcosa di grave, la risposta del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e di una parte consistente del governo è la stessa: vietare, controllare, inasprire. È successo anche nei mesi scorsi, con la cosiddetta “lista degli stupri” del liceo Giulio Cesare di Roma, quando la reazione è stata invocare sanzioni esemplari. Se si guarda indietro, il copione non cambia: una risposta muscolare, securitaria, che arriva sempre dopo.
Dopo l’omicidio di La Spezia, Valditara rilancia un’altra misura tampone: i metal detector nelle scuole considerate “a rischio”. «Quello che noi possiamo e dobbiamo fare, nelle scuole dove vi sono delle problematiche, è consentire al preside di installare, magari d’intesa con il prefetto, dei metal detector», ha spiegato, precisando che non si tratterebbe di una misura generalizzata ma su richiesta delle singole comunità scolastiche.
L’idea è sempre la stessa: puntare sulla convinzione che la violenza si combatta con più sorveglianza. Una risposta che mostra la forza, ma non affronta le cause. Anche lo stesso Valditara lo ammette quando parla di “rivoluzione culturale”: «Rischiamo che il coltello non si porti più a scuola, ma comunque si porti altrove». Per il ministro il nodo è l’autorità genitoriale: «I giovani hanno perso i punti di riferimento», ha detto al Giornale. «Bisogna ridare autorevolezza ai genitori, far capire che è sbagliata sia la figura del genitore amico, sia quella del genitore sindacalista del figlio. Il ruolo del genitore non può essere delegato al cellulare».
Intanto, però, il dolore delle famiglie racconta un’urgenza diversa, più concreta. «È questa la sicurezza che viene garantita ai nostri ragazzi che vanno a scuola? Se non posso mandare mio figlio a scuola perché viene ammazzato, dove lo mando per essere sicuro?», ha detto un parente di Abanoud durante un presidio davanti all’ospedale. Il padre e lo zio del ragazzo chiedono una legge immediata: «Una legge subito, prima che ci siano altre vittime. Non domani, non dopo tre o quattro vittime». E aggiungono: «La vittima non è una, le vittime sono cinque: tutta la famiglia. La mamma sta morendo di dolore».
È comprensibile, ed è umano, chiedere protezione. Ma la politica continua a confondere la sicurezza con il controllo e la prevenzione con la punizione. Secondo Repubblica, oltre ai metal detector il piano del governo prevederebbe sanzioni amministrative rapide per chi viene trovato con un coltello: sospensione della patente, del passaporto, del permesso di soggiorno per gli stranieri, e multe ai genitori. Ancora una volta si interviene a valle, quando il disagio è già esploso, rispondendo alla violenza con altra forza.
Eppure la questione è un’altra. Prima di ogni altra cosa, servirebbe un’educazione affettiva e sessuale strutturata, accessibile a tutte e tutti fin dall’infanzia. Un’educazione ai sentimenti che aiuti a riconoscere la rabbia e il conflitto prima che si trasformino in violenza. L’Italia resta invece tra i pochi Paesi dell’Unione europea che si oppongono ideologicamente a questo percorso, evocando ogni volta lo spauracchio dell’“ideologia gender” o del politicamente corretto.
Mostrare i muscoli è la risposta più semplice, quella che arriva subito e che forse dà l’illusione di fare qualcosa. Prevenire è più faticoso: significa investire, mettersi all’ascolto del disagio giovanile. Vuol dire interrogarsi sul perché, per esempio, secondo i dati Istat, solo a Milano nel 2024 si sono registrate 1.400 segnalazioni di reati commessi con coltelli tra i giovani. Significa accettare che il problema non si risolve togliendo la patente o TikTok ai più giovani, né trasformando le scuole in luoghi sorvegliati, dove si entra passando da un metal detector, come in una caserma.