Nei giorni scorsi il governo Meloni ha annunciato un nuovo decreto sicurezza, che dovrebbe arrivare a breve in Parlamento. Un provvedimento che si inserisce in una linea sempre più chiara: allargare il potere repressivo dello Stato senza affrontare davvero le cause dell’insicurezza. Più reati, più sanzioni, più discrezionalità per prefetti e forze dell’ordine, meno garanzie per chi manifesta, per chi è giovane o per chi è povero. La sicurezza viene ancora una volta raccontata come un problema di ordine pubblico, da risolvere – “magistratura rossa” permettendo (sic!) – con più carcere e restringendo spazi, diritti e libertà.

Non è però un cambio di passo, ma la prosecuzione di una strategia già vista. Anche il precedente decreto sicurezza prevede delle pene più dure, criminalizzazione del dissenso, stretta su chi protesta, su chi occupa, su chi vive ai margini, fino a colpire migranti, Ong e persino settori economici interi come quello della cannabis light. Un pacchetto di norme che ha trasformato i problemi sociali in questioni penali, scaricandone il peso sulle fasce più fragili della popolazione.

In realtà, gli effetti del precedente decreto sicurezza si vedono già. In queste settimane, centinaia di persone – studenti, attivisti, sindacalisti – hanno denunciato di aver ricevuto pesanti multe (da poche centinaia fino a migliaia di euro) e avvisi di garanzia per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in solidarietà con il popolo palestinese. Il punto, però, non è solo questo. Negli anni, questa linea repressiva non ha prodotto maggiore sicurezza, né ha materialmente funzionato come il governo si aspettava. Nel 2024, i reati sono aumentati dell’1,7% rispetto all’anno precedente, superando anche i livelli del 2018. Gli sbarchi nel 2025 sono cresciuti rispetto al 2024, così come i permessi di soggiorno. Anche sul fronte della cannabis light, le scelte ideologiche del governo non hanno avuto effetti concreti se non quello di mettere a rischio migliaia di posti di lavoro, tanto che il Consiglio di Stato ha rimesso la questione alla Corte di giustizia europea per possibili incompatibilità con il diritto UE.

Da almeno dieci anni, prima con la Lega di Salvini e oggi con il governo Meloni, la destra è riuscita a imporre un racconto che mette insieme insicurezza e immigrazione. Una narrazione che non trova riscontro nei dati, perché i reati non aumentano in modo uniforme né possono essere spiegati con l’immigrazione in sé. Semmai con l’irregolarità prodotta da leggi che negano percorsi stabili e alimentano marginalità e sfruttamento. 

Chi subisce e chi commette i reati di strada, nella stragrande maggioranza dei casi, vive in condizioni di povertà ed esclusione. Chi occupa una casa non lo fa per capriccio. In un Paese con salari più bassi del 12% rispetto alla media UE, dove l’affitto può arrivare a mangiarsi il 60 o il 70% dello stipendio (è il caso di Roma e Milano, ma situazioni simili si trovano anche a Napoli, Bologna, Venezia, Torino), dove quasi una casa su tre è vuota e le graduatorie per un alloggio pubblico vanno a rilento, non si può ridurre tutto a una questione penale. La responsabilità è politica, e politica deve essere la risposta.

Lo stesso vale per i più giovani. In un Paese che investe poco in scuola e cultura, con edifici fatiscenti, classi sovraffollate, docenti precari, dove nascere al Sud o in provincia aumenta il rischio di abbandono scolastico, colpire ragazzi di 13 o 14 anni con il carcere non è sicurezza: è rinuncia a fare il proprio dovere. Significa guardare il dito e non la luna, mentre le carceri sono sovraffollate e incapaci di rieducare.

La destra continua a rivendicare il monopolio della sicurezza, riducendola a repressione della marginalità. Ma la sicurezza non è di destra e la sinistra ha il dovere di dirlo, innanzitutto smettendo di considerare questa parola un tabù. Sicurezza significa poter andare e tornare dal lavoro senza paura, attraversare una piazza, prendere un mezzo pubblico. Certo, servono presidi sul territorio e presenza nelle stazioni, ma non militarizzazione.

Servono anche scelte razionali, smetterla di inseguire il consenso facile. Ad esempio, usando le forze dell’ordine dove servono davvero, invece di sprecarle in operazioni simboliche come i Cpr in Albania, che costano oltre 100mila euro al giorno fra vitto e alloggio e non funzionano. E soprattutto, serve capire che il carcere deve essere l’extrema ratio, perché non può esserci sicurezza dove il lavoro è precario, la casa è un lusso, i trasporti non funzionano o dove – se non hai soldi per rivolgerti a una struttura privata – puoi aspettare anche un anno prima di poter fare una visita e operarti. 

Ancora, non può mai esserci sicurezza dove mancano spazi sociali, educativi, culturali – e quei pochi che esistono, nati dal basso per colmare le mancanze della politica – Spin Time o il Leoncavallo, per esempio – vengono sgomberati. È da questo lato che la sinistra dovrebbe stare. Non rincorrendo la destra sul terreno della paura, ma costruendo una sicurezza diversa, reale, che allarghi gli spazi di democrazia anziché restringerli.