Negli ultimi giorni la destra populista italiana, accompagnata da una rete ormai familiare di influencer e commentatori, ha scoperto improvvisamente l’Iran. O meglio: non l’Iran reale, ma l’Iran come clava polemica contro la sinistra. Da Galeazzo Bignami a Francesco Giubilei, passando per Giuseppe Cruciani, la domanda che pongono è sempre la stessa: perché la sinistra non organizza una «Flotilla per l’Iran»? Siamo di fronte a un esempio da manuale di benaltrismo, tanto grossolano da risultare ridicolo. Non solo perché – come hanno fatto notare in migliaia nei commenti al post di Bignami su X, postando mappe e screenshot di Google Earth – Teheran non è sul mare. Questo, in fondo, è solo un cavillo geografico. Il problema vero è politico, ed è molto più profondo. 

Il contesto iraniano non ha nulla a che vedere con quello di Gaza. Per Gaza, negli ultimi due anni, i governi occidentali – Italia compresa – sono rimasti silenziosi, hanno evitato sanzioni, fornito armi e giustificato ogni azione di Israele in nome dell’autodifesa, mentre decine di migliaia di civili, in gran parte bambini, venivano uccisi. Per mesi, telegiornali e grandi giornali italiani hanno parlato di «risposta al 7 ottobre», rifiutando il termine genocidio, e quando Ghali lo ha pronunciato a Sanremo è scoppiato un caso nazionale, risolto con Mara Venier che lesse in diretta un comunicato di solidarietà «al popolo d’Israele» – mica alle vittime palestinesi.

In quel contesto, informarsi significava affidarsi a ONG, attivisti o giornalisti rimasti a Gaza. Le piazze europee e italiane non chiedevano a Netanyahu di cambiare idea, ma ai propri governi di interrompere la complicità: smettere di fornire armi, imporre sanzioni, prendere posizione. Manifestare aveva uno scopo concreto: fare pressione sul potere politico. Con l’Iran la situazione è (fortunatamente) opposta. La condanna internazionale è stata immediata, le immagini della repressione hanno circolato nonostante la censura, e la politica italiana si è schierata senza ambiguità contro Teheran. Persino Trump ha evocato un possibile intervento diretto degli Stati Uniti. Paragonare Gaza e Iran, quindi, non è solo sbagliato: è intellettualmente disonesto. Chi lo fa non sta difendendo gli iraniani, sta solo cercando di delegittimare le mobilitazioni per Gaza. Affermare questo, ovviamente, non significa ignorare l’Iran o non essere solidali nelle piazze – e, non a caso, domani a Roma è previsto un presidio per il popolo iraniano con Amnesty, Anpi e associazioni iraniane in Italia.

La vera domanda, però, è un’altra: chi chiede agli altri di manifestare, quando manifesta? Ha mai manifestato? È nata un’indignazione a costo zero, senza rischi né responsabilità, che si esprime in un post, un’ospitata tv o una battuta in radio. Si chiede agli altri di agire per sentirsi moralmente a posto, senza muovere un dito. Chi oggi ironizza sulla “Flotilla per l’Iran” non chiede davvero mobilitazione, ma immobilismo mascherato da moralità. Nient’altro che uno sterile esercizio di purezza morale. Usa i valori come arma retorica, per liberarsi dall’obbligo di fare qualcosa di concreto.  La vera distinzione oggi non è tra chi ha valori e chi non li ha, ma tra chi li rende efficaci attraverso l’azione – scendendo in piazza, pagando un prezzo, assumendosi responsabilità – e chi li usa come tattica polemica o certificato di coscienza. Continuare a chiedere agli altri di manifestare, invece di farlo in prima persona, non è solo pigrizia morale: è de-responsabilizzazione politica, il modo più comodo per sentirsi dalla parte giusta senza fare nulla.