Mohammad Hannoun, 64 anni, presidente dell’Associazione palestinesi in Italia e residente a Genova da oltre quarant’anni, è stato arrestato insieme ad altre otto persone con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Per la gip di Genova Silvia Carpanini, Hannoun sarebbe «membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas» e al vertice di una rete di associazioni attive in Europa che, sotto la copertura di raccolte fondi umanitarie, avrebbero finanziato la lotta armata palestinese. L’operazione “Domino”, avviata dopo il 7 ottobre 2023 su segnalazione della Direzione nazionale antimafia, si fonda su intercettazioni, analisi finanziarie e su una vasta cooperazione giudiziaria internazionale, in particolare con Israele. Un Paese che però ha un interesse militare e politico chiaro, è oggetto di un procedimento per genocidio alla Corte internazionale di Giustizia e sui cui capi politici pende l’accusa di crimini di guerra da parte della Corte penale internazionale.

Nelle oltre 300 pagine di ordinanza, inoltre – ricostruisce il Manifesto – non viene indicata in modo puntuale la destinazione finale dei fondi: si parla di sostegno alle “istituzioni” di Gaza e al dipartimento dei «martiri, feriti e prigionieri». Hannoun ha sempre respinto le accuse, sostenendo: «Ho sempre destinato i soldi raccolti in Italia a chi ne ha bisogno, a orfani e famiglie non a militari». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «apprezzamento e soddisfazione» per gli arresti. Quando però il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo e il procuratore di Genova Nicola Piacente hanno precisato che l’indagine non cancella i crimini di guerra commessi dal governo israeliano, il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri ha accusato Melillo di esprimere «giudizi politici su Israele e il Medio Oriente». 

Sul piano giuridico, emergono però diversi punti controversi. In un’intervista al Messaggero, il giurista Alessandro Diddi, docente di Procedura penale, riconosce che l’indagine rappresenta «un ottimo spunto investigativo», ma segnala criticità rilevanti. In particolare, osserva che «l'inchiesta si basa anche su documenti raccolti dall'intelligence, che non sono prove», e che «trattandosi di un reato associativo, per essere definito tale un terrorista serve dimostrare che svolga attività di carattere terroristico concrete. Qui abbiamo una serie di destinatari di somme di denaro con delle causali che sulla carta fanno ritenere si tratti di beneficenza. Ma occorre avere la prova che siano state utilizzate per un'attività terroristica, laddove il terrorismo ha delle caratteristiche ben precise, cioè quello di aggredire la popolazione per creare terrore». Occorre ricordare che Hamas viene classificata come organizzazione terroristica da Israele, Stati Uniti, Unione Europea e altri Stati, mentre altri Paesi la considerano una legittima organizzazione di resistenza. 

Negli ultimi anni, inoltre, Israele ha bollato come terroristiche numerose organizzazioni umanitarie, “colpevoli” soltanto di criticare e di opporsi attivamente al genocidio perpetrato ai danni della popolazione palestinese. Basti pensare all’UNRWA, definita «un focolaio di terrorismo», e alla Global Sumud Flotilla, più volte etichettata come “Hamas Sumud Flotilla”. In quest’ultimo caso, le accuse israeliane hanno fatto riferimento a presunti finanziamenti di Hamas, basati su documenti che gli organizzatori e diverse fonti indipendenti hanno definito infondati o manipolati.

Secondo quanto riferito da Israele all’autorità giudiziaria italiana, le associazioni destinatarie dei fondi sarebbero collegate a Hamas. Ma, avverte Diddi, «per carità, sarebbe difficile sostenere il contrario, visto che hanno operato in un territorio che politicamente era occupato da Hamas. Quindi, se c'è il controllo di Hamas, e siccome Hamas è un'associazione terroristica, vuol dire che anche queste entità controllate sarebbero terroristiche? È un sillogismo che non sta in piedi». Secondo il giurista, l’assunto per cui il legame con Hamas viene dato per presupposto, sulla base di report militari israeliani, rischia di ribaltare l’onere della prova: «L'assurdo è che quello che si dovrebbe dimostrare, viene dato per presupposto».