Gli spazi sociali non sono CasaPound
Dopo il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino, il governo ha annunciato una nuova tornata di sgomberi a partire dal prossimo anno. Nell’elenco circolato nelle ultime settimane compaiono realtà molto diverse tra loro: Spin Time Labs, nel cuore dell’Esquilino, e CasaPound, lo stabile occupato da oltre vent’anni dal movimento neofascista in via Napoleone III.
Il governo rivendica una presunta “neutralità cromatica”: non si guarda al colore degli occupanti, ma solo alla legalità. Una formula apparentemente rassicurante che, nella pratica, si trasforma in una clava ideologica. Ridurre tutto a un problema di ordine pubblico significa cancellare le differenze e mettere nello stesso calderone esperienze sociali, abitative e mutualistiche e organizzazioni neofasciste.
Sgomberare Spin Time significa colpire e cancellare una delle poche risposte concrete alla crisi abitativa romana. Spin Time non è uno “spazio occupato” qualsiasi: è la casa di oltre 400 persone — famiglie, bambini, rifugiati, lavoratori poveri — espulse da un mercato immobiliare sempre più feroce e abbandonate da politiche pubbliche largamente insufficienti. Prima dell’occupazione, quell’edificio era rimasto vuoto per anni, simbolo dell’incapacità delle istituzioni di gestire il patrimonio pubblico e di garantire il diritto all’abitare.
Nei suoi cinquemila metri quadrati hanno preso forma attività sociali, culturali e di reinserimento che suppliscono, nei fatti, all’assenza dello Stato: falegnameria, serigrafia, coworking, osteria popolare, sportelli legali e sanitari, doposcuola, corsi di lingua, biblioteca, teatro e musica. Colpire Spin Time significa rimuovere la domanda di fondo: perché a Roma centinaia di persone sono costrette a occupare per non finire in strada?
Spin Time non è CasaPound, che è invece il simbolo identitario dell’estrema destra italiana, un luogo attraversato da violenze e apologia di fascismo. Spin Time è un’esperienza di accoglienza, inclusione e solidarietà, riconosciuta e attraversata anche dal mondo cattolico, da papa Francesco prima e da papa Leone XIV poi, che proprio lì ha incontrato i Movimenti popolari. Non esistono “opposti estremismi”: esiste una differenza sostanziale che il governo finge di non vedere. Metterle sullo stesso piano è una mistificazione.
L’impressione è che l’accelerazione sugli sgomberi risponda più a un’esigenza di messaggio politico che a una reale strategia urbana: mostrare i muscoli, riaffermare l’autorità, criminalizzare le forme di partecipazione dal basso. Poco importa se nel farlo si produce un disastro sociale annunciato. Poco importa se si mandano in strada centinaia di persone senza alternative credibili. Poco importa se si distrugge un patrimonio di relazioni, competenze e pratiche costruite in anni di lavoro collettivo.
Il punto, allora, non è la legalità astratta invocata dal governo, ma la giustizia concreta che viene ignorata. Uno Stato che sgombera senza offrire soluzioni non ristabilisce l’ordine: sposta semplicemente il problema, rendendolo più grande, più invisibile e più violento. E una politica che equipara chi costruisce comunità a chi diffonde odio non è neutrale: ha già scelto da che parte stare.