Askatasuna – il cui nome in basco significa “libertà” – è occupato dal 1996 ed è gestito da un comitato di cittadini che promuove attività sociali e ricreative, dal doposcuola al dopolavoro, fino all’organizzazione del Carnevale del quartiere Vanchiglia. Per la giornata di domani era in programma una polentata con i bambini e le famiglie dell’asilo. E invece, intorno alle 5 del mattino di ieri le forze dell’ordine sono intervenute con circa 20 mezzi, un idrante e decine di agenti per sgomberare.

Al momento dello sgombero dell’Askatasuna, secondo quanto riferito dai manifestanti accorsi poco dopo in presidio, all’interno dello stabile si trovavano sei persone, condotte in questura e rilasciate nel giro di alcune ore. Secondo quanto riportato da il Manifesto, in questura e in prefettura vi era la consapevolezza che all’interno di Askatasuna potessero trovarsi delle persone. Un elemento che, sottolinea il quotidiano, assume particolare rilievo alla luce del patto di collaborazione sottoscritto tra il centro sociale e il Comune. Nell’accordo era infatti previsto il rispetto dell’ordinanza comunale n. 1526 del 23 marzo scorso, che disponeva, tra l’altro, «l’interdizione all’accesso a tutti i piani del fabbricato». Il Viminale ha quindi potuto procedere allo sgombero, rivendicandolo come «un segnale chiaro».

Contestualmente sono state eseguite perquisizioni in abitazioni e stanze riconducibili ad altre otto persone, ritenute responsabili, secondo la polizia, «delle recenti e reiterate iniziative contestative di natura violenta - si legge nel comunicato - come le temporanee occupazioni dei binari delle stazioni di Porta Nuova e Porta Susa, l’attacco alla Leonardo spa del 3 ottobre, le intrusioni alle Officine Grandi Riparazioni del 2 ottobre, alla sede della Città metropolitana del 14 novembre e alla sede de La Stampa».

Nel corso della mattinata decine di manifestanti e studenti del vicino Campus universitario Einaudi si sono radunati davanti al cordone di polizia. «È un ulteriore passo verso la criminalizzazione delle lotte sociali ed è il tentativo di cancellare spazi di partecipazione», hanno denunciato. Tra le persone scese in piazza c’era anche Lucia – una residente che evidentemente supporta l’Askatasuna, riconoscendone il suo valore per il quartiere – che ha offerto tè caldo agli attivisti in presidio.

Alle 14.30 un idrante ha disperso circa 150 persone in presidio, travolgendo il gazebo e le sedie utilizzate per il pranzo. Tra i partecipanti anche rappresentanti delle realtà impegnate sul fronte dell’emergenza abitativa. «Facciamo rete per difendere le famiglie sotto sfratto – spiegavano due attiviste dello sportello Prendo Casa –. La nostra sede è sempre stata qui e negli anni abbiamo aiutato centinaia di famiglie. Chiudere l’Aska toglie tantissimo alla città e a quelle reti sociali che sono fondamentali per trovare un’abitazione».

Lo sgombero dell’Askatasuna arriva a tre mesi da quello del Leoncavallo, storica realtà occupata milanese. Operazioni in programma da anni, ma sempre rinviate e oggi messe in campo dal Governo Meloni come frutto di una strategia precisa che mette nel mirino gli spazi sociali e autorganizzati. Le nostre grandi città, però, stanno diventando sempre più difficili da abitare. E in questo contesto, i centri sociali rappresentano presidi di equità e inclusione sempre più necessari.

Lo sgombero dell’Askatasuna è un nuovo segnale della volontà del Governo di Giorgia Meloni – già ampiamente manifestata con il Leoncavallo a Milano – di cancellare le esperienze di partecipazione collettiva e autorganizzata. Ma i centri sociali sono spesso gli ultimi presidi di equità in città sempre più esclusive e inaccessibili. Per questo vanno difesi.

Con VD abbiamo incontrato molte di queste realtà: dallo stesso Leoncavallo a Milano a Casa Carracci e al Lab Ginecologico di Bologna, fino a Scugnizzo Liberato, Gridas - anch’esso oggi a rischio sgombero dopo una sentenza della Corte di Appello - ed Ex Opg a Napoli. Luoghi che non inseguono il profitto e che spesso affiancano gli abitanti dei quartieri nelle battaglie per i diritti fondamentali, come quello alla casa e ai beni comuni. Ma anche spazi che offrono attività per i residenti e cultura accessibile e alternativa, dove bere una birra o ascoltare musica live gratuitamente (o a prezzi popolari).

In una società sempre più individualista e frammentata, i centri sociali si propongono come antidoto a una visione esclusivamente privatistica degli spazi urbani. Un ruolo riconosciuto, in alcuni casi, anche dalle istituzioni cittadine: nel 2016, durante il mandato dell’amministrazione De Magistris, il Comune di Napoli ha riconosciuto il valore di alcuni di questi spazi inserendoli nella rete dei beni comuni urbani. Spazi abbandonati riattivati da cittadini e cittadine per l’uso collettivo. Che ora dobbiamo difendere.