Una questione privata è diventata in questi giorni oggetto di polemica e confronto politico. Tutto nasce da un’ordinanza che ha disposto l’allontanamento di tre bambini, due gemelli di 6 anni e la sorella maggiore di 8, dai loro genitori, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, che hanno scelto per la loro famiglia uno stile di vita definito “neoruralista”. 

Questo movimento prevede un’esistenza dentro la natura, lontano dai contesti e dalle infrastrutture della vita cittadina e contemporanea. Il nucleo famigliare viveva in una casa costruita nel bosco in provincia di Chieti, in Abruzzo, in condizioni di vita che i giudici hanno ritenuto inadeguate per i minori. In questo caso i rischi riguardano salute, integrità psicofisica, educazione e socialità.

A motivare l’allontanamento sono state determinanti anzitutto le condizioni abitative e i relativi rischi per la salute. La casa non rispetta gli elementi richiesti per legge, a partire dalla sicurezza statica, gli impianti a norma, e la salubrità degli ambienti. Il bagno, con water a secco e privo di impianti, è posto fuori dalle mura di casa. In una recente intervista a Repubblica il padre ha confermato: «Le tubature portano in casa le microplastiche, è necessario staccarsi dalla rete». 

E poi, c’è l’aspetto educativo e psicologico. I bambini non andavano a scuola, ma studiavano a casa facendo unschooling, un approccio che non segue programmi formali e si basa sull’idea che l’apprendimento sia più efficace quando è libero e non strutturato. In Italia è possibile studiare da casa, ma solo rispettando diversi criteri e dimostrando che i bambini raggiungono comunque il livello di apprendimento richiesto. 

Buona parte della polemica si è costruita attorno all’educazione paritaria. Ma come ricostruito da Pagella Politica, che ha avuto accesso all’ordinanza, i giudici non mettono in discussione la forma di istruzione dei bambini, ma «il pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione», sancito dall’articolo 2 della Costituzione. La socializzazione infatti è centrale per la crescita di un bambino e lo sviluppo della sua autodeterminazione. E lo Stato è sempre tenuto a tutelare questo diritto, anche quando si fanno scelte di vita considerate “alternative”.

L’avvocato della famiglia ha annunciato che farà ricorso. Vedremo come finirà questa storia, che in poco tempo si è trasformata in una polemica politica basata su premesse sbagliate: il tema non è se vivere in un bosco sia giusto o sbagliato, ma se i bambini avessero accesso a tutto ciò che spetta loro per legge, che altro non sono che tutti quei diritti per cui continuiamo a lottare ogni giorno.