Possiamo parlare di sicurezza senza cedere alla retorica della destra
di Davide TragliaLa notte del 12 ottobre, in una delle zone più affollate della movida milanese, cinque ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni hanno accerchiato un ventiduenne, lo hanno rapinato e uno di loro lo ha accoltellato con tale ferocia da ridurlo in fin di vita. Oggi quel ragazzo rischia la paraplegia. Gli aggressori sono di Monza, quartiere Triante: contesti familiari definiti “normali”, un padre bancario, un agente di commercio. I due maggiorenni avevano piccoli precedenti, ma nulla che potesse alimentare le narrazioni tossiche a cui siamo ormai assuefatti. E infatti, questa volta – proprio per questo motivo probabilmente – nessuno speciale televisivo sui “maranza”, nessuna invocazione dell’“emergenza sicurezza” legata all’immigrazione. Il motivo è semplice: i responsabili sono italiani, bianchi.
Da oltre un decennio la destra è riuscita a imporre un racconto che sovrappone automaticamente insicurezza e immigrazione, come se fossero quasi sinonimi. Una narrativa senza riscontro nei dati: i reati non sono in aumento in modo uniforme, né possono essere imputati all’immigrazione in sé, semmai alle condizioni di irregolarità create da leggi che impediscono percorsi stabili e alimentano marginalità e sfruttamento. Anzi, da quando l’attuale governo è in carica, i reati non risultano diminuiti, mentre gli ingressi irregolari sono aumentati. La retorica non ha prodotto maggiore sicurezza: ha prodotto, questo sì, maggiore paura.
Ma la responsabilità dell’egemonia culturale della destra non è solo della destra. È anche della sinistra, che per anni ha esitato a pronunciare la parola “sicurezza” come se fosse contaminata, come se usarla significasse automaticamente scivolare nel razzismo, nel giustizialismo, nella cultura delle ronde. Quell’imbarazzo ha lasciato un vuoto, e i vuoti vengono sempre colmati da qualcuno. Il paradosso è che proprio una prospettiva di sinistra dovrebbe essere la più interessata a occuparsi del tema. Perché la sicurezza è, prima di tutto, una questione sociale. Non è certo securitarismo: lo abbiamo visto con il decreto Caivano, dove l’intervento muscolare ha creato soltanto terra bruciata, spostando lo spaccio di poche decine di metri senza intaccarne le cause. Non è sfrattare famiglie che vivono da anni negli stessi quartieri in un paese pieno di case sfitte. Non è riempire carceri già al collasso, né trasformare la marginalità in materiale da intrattenimento per influencer che pattugliano metro e stazioni come se fossero il set di un reality urbano.
Sicurezza significa poter andare al lavoro, tornare a casa, attraversare una piazza o prendere la metropolitana senza paura. E riguarda tutti: gli anziani che temono lo scippo sotto casa, le donne che rinunciano a uscire da sole la sera, i pendolari che evitano tratti di metro perché li percepiscono insicuri, i commercianti che si sentono isolati.
Per questo non bisogna avere timore di dire che certo, servono più presidi nelle strade e nelle stazioni. Non più militarizzazione, ma più presenza. Forze dell’ordine meglio formate, meglio integrate nel territorio, meglio pagate. Più illuminazione, più manutenzione, più cura dello spazio pubblico: non sono dettagli, sono strumenti di prevenzione e convivenza. Una città ben tenuta, vissuta e attraversata è più sicura di qualsiasi dispiegamento muscolare.
Naturalmente tutto questo non basta. La sicurezza vera esiste dove esistono diritti: un lavoro stabile, una casa accessibile, trasporti funzionanti, un sistema sanitario che non ti abbandona, spazi pubblici vivi, luoghi educativi aperti ai ragazzi, comuni che investono sulla salute mentale invece di limitarsi a inseguire gli effetti più drammatici del disagio. Esiste quando lo Stato è presente nei territori, non solo nei momenti dell’emergenza.
L’episodio di Corso Como ci sbatte in faccia tutto questo: la fragilità del dibattito sulla sicurezza, l’ipocrisia selettiva della destra e di una parte del giornalismo, la scarsa utilità delle narrazioni identitarie quando la violenza proviene da ragazzi cresciuti in famiglie “insospettabili”, in contesti ordinari. Ma mostra, soprattutto, che non si può continuare a delegare alla destra l’intero campo semantico della sicurezza. Farlo, vuol dire continuare a perdere pezzi di reale. E di popolo.