Il 6, 7 e 8 novembre a Roma si è svolta la Controconferenza nazionale sulle droghe, un appuntamento autoconvocato dopo l’esclusione formale di numerosi enti dalla Conferenza nazionale sulle dipendenze organizzata dal governo Meloni e coordinata dal sottosegretario Alfredo Mantovano. L’iniziativa, dal titolo “Sulle droghe abbiamo un piano”, ha raccolto centinaia di partecipanti tra operatori, giuristi, amministratori locali, attivisti e persone che fanno uso di sostanze.

Al centro la richiesta di un cambio di approccio nelle politiche italiane sulle droghe, con proposte orientate alla riduzione del danno, alla prevenzione e a una diminuzione del ricorso alla detenzione per reati di lieve entità. Le organizzazioni promotrici - tra cui A Buon Diritto, Arci, Antigone, Associazione Luca Coscioni, Cgil, Cnca, Meglio Legale, Gruppo Abele e Forum Droghe - hanno evidenziato la distanza rispetto all’impianto dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che negli ultimi anni ha introdotto misure repressive come il decreto Rave, il decreto Caivano e il decreto Sicurezza.

Durante i lavori è stato ricordato che, secondo la Relazione annuale al Parlamento, nel 2024 il 32% della popolazione detenuta risultava composta da persone con dipendenze (19.755 su circa 62mila), dato in aumento rispetto all’anno precedente. Nel corso delle sessioni sono state ribadite richieste per ampliare le misure alternative alla detenzione e investire su percorsi socio-sanitari, perché le politiche punitive «non riducono i consumi ma aumentano emarginazione e rischi per la salute».

La Controconferenza ha inoltre posto l’attenzione sulla necessità di politiche di riduzione del danno come parte essenziale del sistema sanitario, presentandole non solo come interventi tecnici, ma come un modello basato su relazione, ascolto e prossimità territoriale, attraverso unità di strada, servizi di bassa soglia e percorsi di reinserimento.

Ampio spazio è stato dato anche alla partecipazione delle persone che usano sostanze, rappresentate dall’associazione Itanpud, e agli enti locali della rete Elide (tra cui Roma, Bologna, Padova e Torino), che hanno presentato esperienze amministrative considerate innovative. Entrambi i soggetti avevano richiesto di partecipare alla Conferenza promossa dal governo, senza ottenere accreditamento.

Nell’ultima giornata, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, è stato presentato il documento finale, articolato in diverse proposte tra cui l’eliminazione delle sanzioni amministrative per uso personale, l’inserimento della riduzione del danno nei Livelli essenziali di assistenza, l’ampliamento delle misure alternative al carcere, l’abrogazione di norme come i Daspo urbani e le cosiddette zone rosse, e l’avvio di un percorso di regolazione legale della cannabis.

«Non si tratta di un documento ideologico ma di un programma basato su evidenze scientifiche e buone pratiche europee», è stato spiegato dai promotori. Secondo Mariella Lo Vecchio, operatrice del Gruppo Abele, la Controconferenza «ha dato voce a chi spesso non viene ascoltato. Il messaggio è chiaro: non esistono persone da punire, ma persone da accompagnare».

Quasi in contemporanea, il 7 e l’8 novembre, si è svolta la Conferenza nazionale delle dipendenze, che secondo il Cnca ha mostrato «aperture significative» sull’applicazione dei Lea per la riduzione del danno, ma ha confermato l’impianto sanzionatorio e l’assenza di passi verso la decriminalizzazione del consumo o la legalizzazione della cannabis. Il Coordinamento ha inoltre espresso preoccupazione per l’ipotesi di trattamenti sanitari obbligatori per minori con dipendenza e per l’accesso diretto alle comunità senza certificazione sanitaria.

Nel documento finale della Controconferenza si legge: «La “guerra alla droga” non ha ridotto il fenomeno e non protegge salute e sicurezza». I promotori richiamano inoltre la Risoluzione ONU del marzo 2025, approvata anche dall’Italia, che invita gli Stati membri a rivedere le strategie fondate sul proibizionismo.

«Ci impegneremo a promuovere il cambiamento, dal Parlamento alle città, anche con iniziative di disobbedienza civile per tutelare spazi di libertà e contrastare la repressione», si legge nelle conclusioni.