«Alberto ha dedicato la sua vita agli altri. Ora è lui ad aver bisogno di voi»
Oggi ricorre un anno esatto dalla detenzione di Alberto Trentini, cooperante veneziano-italiano di 46 anni, arrestato in Venezuela il 15 novembre 2024 e da allora rinchiuso nel carcere di El Rodeo, alle porte di Caracas. Dodici mesi trascorsi in condizioni durissime, mentre la sua famiglia e chi gli è vicino continuano a chiedere che l’Italia faccia tutto il possibile per riportarlo a casa.
Trentini è un professionista di lunga esperienza, con oltre dieci anni di lavoro umanitario alle spalle. Nell’ottobre 2024 si trovava in Venezuela come coordinatore della Ong francese Humanity and Inclusion, impegnata nel sostegno alle persone con disabilità. Pochi giorni dopo il suo arrivo è stato fermato a un posto di blocco e trasferito nella sezione più dura del penitenziario di El Rodeo I. Da allora è detenuto senza accuse formali né un processo, e con possibilità estremamente limitate di contatto con l’esterno: in un anno ha potuto effettuare soltanto tre telefonate alla famiglia.
Le ragioni del suo arresto non sono mai state chiarite. Le ricostruzioni più accreditate parlano di un uso politico dei detenuti stranieri: Alberto sarebbe diventato uno strumento di pressione da un governo, quello di Nicolás Maduro, sempre più isolato e intenzionato a esercitare pressione sui Paesi ritenuti ostili.
Dopo dieci mesi di richieste è stata concessa una sola visita ufficiale, quella dell’ambasciatore italiano Giovanni Umberto De Vito, che lo ha incontrato nel carcere di El Rodeo. Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito nei giorni scorsi l’impegno del governo: «Sono detenuti politici, non criminali. Faremo tutto il possibile per riportare a casa i detenuti italiani, compreso Trentini, che da un anno è ancora in carcere e su cui il regime non chiarisce le proprie intenzioni».
In un intervento pubblicato ieri su Repubblica, la madre di Alberto, Armanda Colusso, ha lanciato un appello che racchiude tutta la fatica di questa lunga attesa: «Chiedo a tutti voi di non stancarvi mai di parlarne, perché solo una forte pressione mediatica può convincere chi ha il potere ad agire e riportarlo finalmente a casa». E aggiunge: «Alberto ha dedicato la sua vita agli altri e ora è lui ad aver bisogno di voi: scrivete, parlatene, insistete, perché chi deve decidere lo faccia senza più tentennamenti, come è successo per altri nostri connazionali».