Dopo la laurea in Ingegneria, Gabriele, 29 anni, ha iniziato a inviare curriculum un po’ ovunque: aziende italiane, multinazionali, startup straniere. «Le offerte che mi sono arrivate non erano nemmeno paragonabili», racconta a VD. «In Italia gli stipendi per un giovane sono ancora troppo bassi, anche in settori tecnici come il mio. All’estero, invece, le condizioni erano decisamente migliori».

Così ha fatto le valigie ed è partito per la Svezia. «Fin dal primo momento mi hanno offerto uno stipendio molto più alto di quello che avrei potuto ottenere in Italia. Certo, la vita costa di più e gli affitti sono alti, ma ne vale comunque la pena».

Oggi Gabriele lavora per una grande azienda del settore. «Qui c’è fiducia nei confronti del dipendente. Quello che conta è il risultato, non la presenza fisica. Posso lavorare da casa per settimane intere e vado in azienda soltanto quando serve davvero».

Come lui, ogni anno decine di migliaia di giovani laureati lasciano il Paese. Secondo il Welfare Italia Forum 2025, nel solo 2024 oltre 49mila italiani laureati si sono trasferiti all’estero. Un’emorragia di capitale umano che costa all’Italia circa 6,9 miliardi di euro all’anno tra mancati contributi, produttività perduta e formazione finanziata con risorse pubbliche ma messa a frutto altrove.

Il nostro è oggi uno dei Paesi meno attrattivi per studenti e professionisti qualificati. Nel 2023, il saldo tra universitari in ingresso e in uscita è stato negativo per 12.700 studenti, piazzando l’Italia al 24º posto in Europa, ben lontana da Germania, Francia e Paesi Bassi.

Anche Marco, subito dopo la maturità, ha deciso di partire. Si è trasferito a Stoccarda, in Germania, dove lavora come cameriere. I primi tempi non sono stati facili: la lingua, la distanza, gli amici rimasti a casa. «All’inizio è stata dura, ma poi mi sono abituato. Lo stipendio è buono: guadagno circa 2.100 euro al mese e con le mance arrivo quasi al doppio rispetto a quanto otterrei in tanti ristoranti italiani».

Il problema dei salari in Italia è ormai strutturale. Secondo l’Istat, il 23% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale, un lavoratore su quattro non supera i mille euro al mese, e le retribuzioni reali risultano inferiori dell’8,8% rispetto ai livelli di inizio 2021. In molte aree del Paese la precarietà resta la norma: contratti a termine, part-time involontari, scarse tutele. Una condizione che colpisce soprattutto i giovani, rendendo difficile immaginare un futuro stabile.

Nonostante il governo abbia più volte rivendicato un “record di occupati”, l’aumento, spiega l’Istat, dipende in gran parte dalla riforma delle pensioni, che ha rinviato l’uscita dal lavoro di molti, più che da una reale crescita dell’occupazione. A questo si aggiunge l’altro grande nodo: quello dei Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. In Italia sono 1,3 milioni, pari al 15,2%: la quota più alta dell’Unione Europea dopo la Grecia. Un dato che fotografa la fragilità del sistema educativo e la scarsa efficacia delle politiche di inserimento nel mondo del lavoro.

Negli ultimi anni sono state introdotte misure per favorire il rientro dei cervelli, come il decreto legislativo n. 147 del 2025. Qualche risultato si è visto: dal 2015 i rientri di laureati sono più che raddoppiati, passando da circa 2.500 a 5.800 nel 2023. Tuttavia, sottolinea ancora il Welfare Italia Forum, «non sono sufficienti a colmare il divario con chi continua a partire». Solo nel 2023, infatti, 21.500 giovani italiani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese.

«Ci ho pensato spesso, a tornare in Italia», ammette Gabriele. «Soprattutto per la famiglia, gli amici, le mie abitudini. Per chi viene dal Sud come me, vivere qui significa riscrivere il proprio stile di vita dalla A alla Z. Vuol dire uscire di casa che è ancora notte e tornare a casa che è di nuovo notte. Significa anche avere più difficoltà a costruire relazioni sociali. Però, se guardo al futuro che potrei avere in Italia e tiro le somme, mi rendo conto che tornare sarebbe come fare un passo indietro. O forse, un passo nel buio».