PayPal continua a bloccare i pagamenti con la causale “Francesca Albanese”
Negli ultimi giorni, diversi utenti online hanno segnalato un comportamento anomalo da parte di PayPal: se nella causale o nel messaggio di un pagamento compare il nome «Francesca Albanese», l’operazione viene automaticamente bloccata. La prima segnalazione è arrivata dal podcast Tintoria, durante una recente puntata che aveva come ospite proprio Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati.
Per verificare la veridicità della notizia, abbiamo deciso di effettuare un piccolo esperimento. Sono stati inviati due pagamenti di un euro: uno con la causale contenente il nome «Francesca Albanese» (senza che il denaro fosse destinato a lei) e un altro con il nome di un’altra persona.
Risultato: il primo pagamento è stato immediatamente bloccato da PayPal e, il giorno successivo, la somma è stata stornata. Sul portale compariva la dicitura: «In base alle normative, sottoponiamo alcune transazioni a revisioni più dettagliate». In un'email inviata al mittente, PayPal spiegava di dover esaminare «più attentamente alcuni pagamenti per assicurarci un uso accettabile della nostra piattaforma e per limitare i rischi potenziali per noi e per i nostri clienti». Il secondo pagamento, quello con una causale diversa, è invece andato a buon fine senza problemi.
La vicenda sembra collegata alle sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto a Francesca Albanese nel luglio 2025, decisione arrivata dopo la pubblicazione di un suo rapporto che individuava aziende ritenute – direttamente o indirettamente – complici nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Nei giorni scorsi Albanese è tornata al centro del dibattito internazionale con il suo quarto rapporto, in cui denuncia le presunte complicità di Stati terzi nel genocidio a Gaza. Nel documento la relatrice accusa anche il governo italiano di aver messo a disposizione lo spazio aereo alle forze militari israeliane e di continuare a commerciare armi con Tel Aviv, posizionando l’Italia come terzo Paese al mondo per esportazioni militari verso Israele.
La presentazione a New York ha suscitato reazioni violente: l’ambasciatore israeliano Danny Danon ha attaccato duramente Albanese, definendola «una strega fallita» e accusandola di lanciare «maledizioni» contro alleati e partner. Albanese ha risposto con fermezza, definendo grottesca e delirante l’accusa e ribadendo che, se la più grave imputazione fosse la stregoneria, la accetterebbe: «Ma se avessi il potere di fare incantesimi, non lo userei per vendetta. Lo userei per fermare i vostri crimini una volta per tutte e per assicurarmi che i responsabili finiscano dietro le sbarre».
Negli ultimi mesi, Francesca Albanese è diventata il bersaglio di una campagna di delegittimazione sempre più aggressiva: limitazioni finanziarie, attacchi personali, accuse surreali e tentativi di censura. Tutto ciò contribuisce a costruire attorno alla sua figura un clima di sospetto e isolamento, come se il suo lavoro di relatrice ONU – volto a documentare violazioni e responsabilità – dovesse essere punito anziché ascoltato. Ma, paradossalmente, ogni nuovo attacco finisce per renderla ancora più visibile, e per rafforzare l’impressione che ciò che denuncia tocchi nervi scoperti.
Bloccando conti, colpendola sul piano personale o riducendola al bersaglio di insulti sessisti e grotteschi come quello di «strega fallita», si tenta di spegnere una voce che, prima di tutte le altre, ha avuto il coraggio di dire apertamente che Israele sta commettendo un genocidio e che la responsabilità di ciò non ricade solo su Tel Aviv, ma anche sui nostri Paesi, complici nel silenzio e nell’inazione.