Nell’ultimo anno in Italia sono stati eseguiti oltre 21mila sfratti. Lo dicono i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, che confermano un fenomeno ormai strutturale: la casa è diventata un lusso, un sogno a cui si guarda con incredulità, non il più banale dei diritti. Una condizione che attraversa il Paese da Nord a Sud, accomunando famiglie, lavoratori, studenti, anziani.

Le motivazioni di questa enorme  propria emergenza abitativa. La morosità incolpevole resta la principale causa di sfratto: famiglie che non riescono più a pagare il canone per la perdita del lavoro, l’aumento dei prezzi, o semplicemente per stipendi che non tengono il passo con il costo della vita.

Una svolta sul fronte degli sfratti è arrivata con il recente “decreto sicurezza”, che ha introdotto una modalità più rapida per liberare gli immobili occupati abusivamente e istituito un nuovo reato specifico, punibile con la reclusione fino a sette anni. Il governo ha presentato la misura come un passo per ripristinare la legalità e ridurre i tempi delle esecuzioni, ma molte associazioni per il diritto all’abitare segnalano da tempo un aggravamento delle condizioni di chi vive situazioni di emergenza abitativa senza alternative reali.

Le grandi città mostrano le lacerazioni più drammatiche: quartieri sempre più esclusivi, un accesso all’abitazione per pochi. Da una parte affitti elevati e domanda forte, dall’altra segmenti esclusi o marginalizzati. La città più colpita dagli sfratti è Milano, dove in un anno ci sono state circa 14mila richieste di liberazione di immobili, una crescita impressionante del 3400% rispetto al 2023. Anche in altre città come Napoli (1115 sfratti, +10% rispetto all’anno precedente) e Roma (1724 sfratti) il problema degli sfratti resta forte, riflettendo la crisi di un modello urbano che esclude i ceti medi e bassi, relegandoli sempre più ai margini.

Nel frattempo, il mercato degli affitti continua a impennarsi. Secondo le elaborazioni dell’Agenzia delle Entrate e dei principali osservatori immobiliari, nel 2024 i canoni medi sono aumentati ovunque, con punte che sfiorano il 10% nelle aree metropolitane del Nord-Ovest. A Milano un bilocale in zona semi-centrale supera ormai i 1.300 euro al mese, con punte di 1.800 euro nelle zone più centrali come Brera o i Navigli. Torino segna un +7,1%, Genova un +6,4%. Roma segue con un +4,2%, ma con quartieri come Prati o Trastevere dove un appartamento medio supera abbondantemente i 1.200 euro mensili. Anche Firenze, travolta dal turismo e dagli affitti brevi, segna +6,5%, mentre Bologna, Padova e Trieste vivono una crisi abitativa che colpisce studenti e lavoratori fuori sede.

Secondo l’ultimo rapporto Censis, il problema non è solo l’aumento dei canoni, ma il divario crescente tra redditi reali e costo della vita. Oggi un lavoratore medio spende circa il 30% del proprio stipendio per l’alloggio, quota che nei grandi centri urbani supera spesso il 40%.
Parallelamente, il numero di alloggi a canone calmierato o ERP (edilizia residenziale pubblica) continua a diminuire: meno del 4% del patrimonio abitativo italiano è oggi destinato a edilizia pubblica, contro il 16% della media europea.

È in questo contesto che il governo continua a rinviare l’unica risposta possibile: un vero Piano casa. Annunciato più volte dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e dalla premier Giorgia Meloni, il progetto si è ridotto a 660 milioni di euro previsti per il 2027, una cifra minima rispetto all’entità del problema. Lo stesso Salvini ha riconosciuto che le risorse basteranno “solo per un progetto pilota in ogni regione” e ha chiesto di anticipare parte dei fondi al 2026, “altrimenti — ha detto ironicamente — le case le faccio con il Lego”.

Al Green Building Forum Italia 2025, il ministro ha promesso di portare il Piano casa in Consiglio dei ministri “entro fine anno”, sottolineando la necessità di “sburocratizzare, aggiornare le norme edilizie ferme agli anni Settanta e dare stabilità al settore”. Tuttavia, il nodo resta quello delle risorse: Salvini ha dichiarato che chiederà un contributo alle banche, “che negli ultimi tre anni hanno fatto 112 miliardi di utili”, per coprire la mancanza di fondi sul 2026. Intanto, gli unici strumenti di sostegno reale alla crisi abitativa — come il Fondo affitti e il Fondo per la morosità incolpevole — non sono stati rifinanziati. Il risultato è che l’Italia resta senza una strategia concreta, lasciando che l’abitare diventi un affare per pochi e relegando i più vulnerabili a mercati affitto-mutuo insostenibili o all’assenza di tetto.

Serve un piano nazionale per l’abitare, non annunci o bonus a pioggia. Servono case popolari, affitti calmierati, un controllo sugli affitti brevi e una politica che incentivi le locazioni a lungo termine stabili, scoraggiando la rendita immobiliare speculativa. Finché non si tornerà a considerare la casa come un bene comune e non come un privilegio di pochi, continueremo a contare gli sfratti, gli sgomberi e un’emergenza abitativa senza soluzioni reali.