Ci sentiamo ripetere che i fascisti non ci sono più, che il fascismo è finito con la caduta di Mussolini. C’è chi dice che una parte del Paese sia ossessionata dai fantasmi del passato, incapace di aggiornare il proprio lessico politico. Eppure basta guardarsi intorno – anche solo al weekend appena trascorso – per capire che il fascismo non è un ricordo, ma una presenza che riaffiora ogni volta che la società abbassa la guardia.

Sabato a Roma il giornalista Alessandro Sahebi è stato aggredito e picchiato mentre teneva in braccio il figlio di sei mesi: la sua “colpa” era indossare una felpa con la scritta antifascista. A Genova, nella notte fra il 25 e il 26 ottobre, un gruppo armato di spranghe ha fatto irruzione nel liceo Da Vinci occupato dagli studenti, devastando aule e muri e lasciando svastiche e scritte inneggianti a Mussolini. E a Predappio, ancora, ieri un migliaio di nostalgici del regime ha sfilato in silenzio fino alla cripta del Duce, salutando col braccio teso durante il rito del “presente” in ricordo della Marcia su Roma. Tra loro, anche militanti di Forza Nuova. È accaduto tutto sotto gli occhi delle forze dell’ordine, senza che nessuno intervenisse.

Predappio, rito del presente e saluti romani per commemorare la marcia su Roma

Pochi giorni prima, a questi fatti se n’è aggiunto un altro: a Rieti, un gruppo di ultras — poi risultati vicini all’estrema destra — ha assaltato il pullman del Pistoia Basket, colpendo con una sassaiola il mezzo e causando la morte dell’autista Raffaele Marianella. Dalle indagini e dai profili social degli arrestati sono emersi simboli fascisti e post xenofobi. Una violenza che non nasce dal tifo ma da un clima politico e culturale in cui l’odio, la prevaricazione e la nostalgia del regime trovano sempre più spazio e legittimazione.

È vero, non viviamo più nel tempo delle camicie nere. Ma sarebbe un errore pensare che il fascismo si esaurisca in un periodo storico. Esiste un’“aria di fascismo” che continua a circolare: una cultura dell’autoritarismo, della forza, della sopraffazione. È nei gesti, nelle parole, nelle politiche che banalizzano l’odio o lo considerano una semplice “opinione”.

Basta guardare alle contraddizioni di questi giorni per capire che la responsabilità non è solo di chi compie certi gesti, ma anche di chi li minimizza. Un governo che liquida le aggressioni come “episodi isolati” o “folklore” contribuisce a creare il clima in cui certe violenze possono germogliare. È una complicità silenziosa, fatta di omissioni, sguardi distolti, parole ben calibrate per non disturbare un elettorato che in parte a quelle simbologie continua a ispirarsi.

Lo si vede chiaramente anche nelle scelte concrete: mentre famiglie, bambini e disabili vengono sgomberati da appartamenti occupati per necessità — spesso case abbandonate da anni — CasaPound continua indisturbata a occupare da oltre vent’anni un intero edificio in via Napoleone III, nel pieno centro della capitale. Uno Stato che sgombera chi non ha nulla ma tollera chi predica odio e violenza non è neutrale: è complice.

Ogni volta che un saluto romano viene liquidato come “folklore”, ogni volta che si minimizza un’aggressione, quel gesto perde la sua gravità e il fascismo guadagna spazio. È una normalizzazione lenta ma costante, in cui la destra di governo preferisce parlare di innocui “nostalgici” invece che di apologia di fascismo. Ma questa minimizzazione è essa stessa una forma di complicità politica e culturale.

Se c’è una lezione da trarre da questi giorni, è che l’antifascismo non appartiene al passato né alle celebrazioni rituali del 25 aprile. Ignorare o minimizzare la presenza di idee e pratiche fasciste non significa chiudere un dibattito, ma indebolire lentamente la democrazia stessa.