Ieri, a Milano, Pamela Genini è stata uccisa dall’ex compagno. È l’ennesimo caso di femminicidio in Italia. Oggi, però, non siamo in grado di fornire un numero preciso perché nel nostro Paese non esiste un registro ufficiale e pubblico dei femminicidi.

Il report del Ministero dell’Interno, che dovrebbe pubblicare ogni trimestre il bollettino degli omicidi volontari disaggregati per genere, è fermo a luglio 2025. Non ci sono comunicazioni sulla diffusione dei nuovi dati. «Cercare dati pubblici e aggiornati sui femminicidi in Italia oggi è un problema», spiega la data journalist Donata Columbro a Scanner, il podcast di Valerio Nicolosi su Fanpage.it.

Fino al 2024 la pubblicazione del report ministeriale era settimanale, ogni lunedì. Poi la cadenza è diventata trimestrale. «Avere dati settimanali era molto utile per confrontarli con gli anni precedenti e valutare se le politiche messe in atto stavano funzionando oppure no. Oggi, invece, ogni caso viene raccontato come un fatto isolato e privato, e non è possibile confrontarlo con quelli avvenuti in precedenza», aggiunge Columbro.

I dati pubblicati trimestralmente dal Ministero risultano inoltre incompleti. Mancano informazioni fondamentali: la disaggregazione per età, per area geografica (quantomeno a livello provinciale), e sull’autore del reato. Tutti elementi che sarebbero utili per individuare ricorrenze e trattare il fenomeno come strutturale, non come una serie di episodi slegati.

Le statistiche dell’Istat, invece, si riferiscono sempre all’anno precedente. Di conseguenza, gli unici dati aggiornati su cui possiamo oggi fare affidamento sono quelli dell’osservatorio di @nonunadimeno, che ogni mese pubblica un report con informazioni aggiuntive, come la presenza di figli minori delle vittime - offrendo così anche un quadro sugli orfani di femminicidio.

«I dati andrebbero pubblicati con maggiore tempestività e puntualità, e migliorati nella loro disaggregazione - conclude Donata Columbro - perché stiamo parlando di un fenomeno che riguarda l’intera società a livello culturale. Se vogliamo cambiamenti incisivi, anche a lungo termine, dobbiamo guardare alla violenza di genere nel suo complesso. Ma possiamo farlo solo se abbiamo i dati».