Tra l’11 e il 14 ottobre, ben tre tribunali italiani hanno ribaltato la linea repressiva del governo Meloni sulla canapa industriale introdotta con il decreto sicurezza. Le corti di Palermo, Belluno e Torino hanno infatti stabilito che, in assenza di prove scientifiche sull’efficacia drogante delle infiorescenze di canapa, non esiste alcun reato. Un principio netto, che ribalta mesi di sequestri, denunce e arresti.

Il decreto Sicurezza approvato lo scorso aprile equipara la cannabis light — con THC sotto lo 0,5%, quindi priva di effetti droganti — a quella illegale, vietandone produzione, vendita e importazione senza eccezioni. Una scelta che – come abbiamo più volte raccontato su VD – va in controtendenza rispetto alla posizione dell’Unione Europea, che già nell’ottobre 2024 ha ribadito che non si possono imporre restrizioni alla canapa industriale senza prove della sua pericolosità. Inoltre, nel 2020 la Corte europea aveva escluso il CBD dalla lista delle sostanze stupefacenti, riconoscendone il valore non solo economico, ma anche terapeutico. Le pronunce rappresentano un duro colpo per il governo. I giudici hanno, infatti, riaffermato la validità della Legge 242/2016, che consente la coltivazione e la vendita della canapa industriale entro lo 0,6% di THC. Nello specifico l’11 ottobre a Belluno la procura ha disposto l’immediata scarcerazione di un coltivatore, non convalidando le misure cautelari che erano state richieste. «Si evidenzia la necessità di accertamenti tecnico-scientifici, altrimenti non è possibile stabilire la gravità della condotta, non potendosi considerare determinante il mero dato  ponderale».

Con il decreto Sicurezza i proprietari dei negozi di cannabis rischiano di perdere il lavoro

Anche la Procura di Palermo ha rigettato l’ipotesi di reato in mancanza di dati certi sull'efficacia drogante delle infiorescenze ricordando che l’appartenenza botanica alla cannabis non è sufficiente a configurare un illecito. In ultimo, il 13 ottobre il Gip del Tribunale di Torino ha disposto l’archiviazione di un procedimento per vendita di canapa light di un negozio di canapa industriale «perché il fatto non sussiste». Nella richiesta di archiviazione, si legge infatti che «essendo lecita la vendita di cannabis sativa purché con un contenuto di THC inferiore allo 0,6%, potrebbe operare una causa di esclusione dell’antigiuridicità». In tutti i casi, dunque, il parametro dirimente resta quello dell’offensività concreta: in assenza di un effettivo effetto drogante, non esiste alcun reato.

Mentre le aule di giustizia archiviano i casi, però, la Guardia di Finanza continua ad operare sequestri sulla base del decreto sicurezza. L’ultimo episodio è accaduto ieri a Forlì, dove sono stati confiscati oltre 250 chili di infiorescenze di cannabis light, per un valore commerciale di circa due milioni di euro. I titolari del negozio – denunciati per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio – rischiano pene dai sei ai venti anni e una multa da 26 mila fino a 260 mila euro. Il contrasto è evidente: da un lato i giudici chiedono analisi e prove concrete dell’efficacia drogante, dall’altro le forze dell’ordine continuano a sequestrare merce perfettamente legale. Un approccio evidentemente ideologico, che da mesi sta creando enormi danni economici a imprese perfettamente legittime e contribuisce a creare incertezza normativa.

Le tre decisioni di questi giorni, però, segnano un punto di svolta. La giustizia sembra riaffermare ciò che la politica ha ignorato: che la legge deve basarsi sui fatti e sulla scienza, non su paure o pregiudizi. Se il governo continuerà a perseguire una linea punitiva in contrasto con l’Europa e con i tribunali italiani il rischio è quello di isolare il Paese e distruggere un intero comparto produttivo nato nel rispetto della legalità.