L'Italia chiede la fine del genocidio, la tv vede solo la violenza
di Davide TragliaVerrebbe da dire che buona parte dei media e della politica sappia leggere solo la violenza, davanti a una piazza che chiede la fine del massacro e del genocidio del popolo palestinese. La manifestazione di sabato è stata tra le più belle degli ultimi anni: persone che si sono riscoperte simili all’altro, scegliendo di schierarsi per l’umanità. Eppure oggi vengono raccontate come violente da chi, da due anni, non ha fatto nulla per fermare ciò che sta accadendo a Gaza.
Sabato Roma è stata attraversata da una marea umana. Un milione di persone — studenti, lavoratori, famiglie, bambini, anziani, attivisti — ha invaso pacificamente le strade della Capitale per chiedere la fine del massacro. Non c’erano “terroristi”, non c’erano “black bloc”, non c’erano “delinquenti”: c’era la società civile, quella vera, che ha scelto di non restare a guardare i bombardamenti dal divano.
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Non solo quei giovani accusati di occupare scuole e università «per saltare le lezioni», né solo lavoratori che manifestano di venerdì «per allungare il weekend». C’erano famiglie con bambini in spalla, anziani, cittadini che non sono né pericolosi terroristi né delinquenti — a meno che politica e media non vogliano definirli così. C’era la società civile: pacifica, determinata, stanca di vedere bambini malnutriti e uccisi, di assistere a Gaza rasa al suolo, di guardare Netanyahu, Smotrich, Ben-Gvir e Trump spartirsi la Striscia sulla pelle dei palestinesi.
Per ore la città è stata attraversata da canti, cartelli, musica. Da umanità. Una manifestazione enorme — con la testa a San Giovanni e la coda a Piramide (quasi 4km di distanza), da dove il corteo era partito — pacifica e tra le più partecipate degli ultimi anni. Eppure, bastava accendere la televisione la sera stessa per scoprire che quella piazza “per la pace” era diventata una “guerriglia urbana”.
Al calare del sole, quando la maggioranza dei manifestanti era già a casa, un centinaio di persone incappucciate si è staccato dal corteo. Barricate, cassonetti incendiati, un’auto data alle fiamme. La polizia ha risposto con lacrimogeni e cariche. In tutto, 262 persone sono state fermate e identificate. È accaduto, sì — ma non è questo che ha riempito Roma. Non è questo che ha mosso un milione di persone.
Eppure è solo questo che una parte consistente dell’informazione ha scelto di raccontare. Le immagini delle fiamme, del fumo, dei lampeggianti. Le stesse televisioni che un tempo insegnavano l’italiano agli italiani, oggi sembrano conoscere un solo linguaggio: quello dell’allarme. Sarebbe, però, ingeneroso dire che tutti i media abbiano dato la stessa lettura. Diverse testate e programmi hanno riconosciuto la straordinaria dimensione pacifica della mobilitazione, sottolineando come la violenza di pochi non possa oscurare la forza civile e partecipata di una piazza che ha unito più generazioni.
Certo, nel dibattito politico il riflesso è stato diverso. La premier Meloni — che nel discorso di insediamento aveva dichiarato di provare “un moto di simpatia anche per chi scende in piazza a contestare le politiche del governo” — e Matteo Salvini hanno parlato soltanto di scontri e disordini, ignorando la vastità e la bellezza di una piazza colma di persone unite dalla stessa richiesta: fermare il genocidio.
È un copione che conosciamo a memoria: ogni volta che la piazza è grande, la narrazione la rimpicciolisce. Ogni volta che la gente scende in strada per ragioni vere, la politica risponde con la paura. Ma stavolta, forse, l’arma della delegittimazione non basterà. Perché sabato Roma ha mostrato un’altra Italia: viva, solidale, consapevole. Una società che non si riconosce più nel silenzio televisivo, che non accetta di vedere cancellata la propria voce da un titolo d’allarme. Una piazza che chiedeva la fine della violenza e che oggi viene raccontata come violenta: il paradosso perfetto di un Paese che sembra preoccuparsi più della coscienza civile che di un genocidio in diretta.