«La ginecologa che doveva farmi l'ecografia mi ha imposto di sentire il battito cardiaco, nonostante fossi entrata dicendo che ero lì per avere il certificato per poter accedere all’IVG. All'ascolto del battito è seguito un "vuoi vedere?"».

È solo una delle centinaia di testimonianze raccolte da Obiezione Respinta, la rete transfemminista che dal 2016 raccoglie segnalazioni anonime da tutta Italia sulle difficoltà di accesso all’aborto e alla contraccezione d’emergenza. L’idea è nata a Pisa, quando alcune attiviste si sono trovate ad affrontare ostacoli persino per ottenere la pillola del giorno dopo. Da allora hanno creato una mappa partecipata, aggiornata costantemente dalle esperienze dirette delle donne e delle persone che necessitano di un’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) o di un contraccettivo d’emergenza.

 

«Ogni segnalazione, positiva o negativa, viene pubblicata senza mediazioni – spiegano da Obiezione Respinta – perché la percezione di chi vive una violenza o un rifiuto è un dato reale, non negoziabile. Gli strumenti ufficiali raccolgono numeri, ma non raccontano la vita delle persone».

La legge 194/78 garantisce il diritto all’aborto, ma prevede all’articolo 9 l’obiezione di coscienza per il personale sanitario. Nella pratica, questo diritto individuale si è trasformato in una barriera collettiva: in molte regioni oltre il 70% dei ginecologi si dichiara obiettore, con punte che superano il 90% in alcune aree del Sud.

I dati ufficiali del Ministero della Salute sull’attuazione della 194, fermi al 2022, dicono che a livello nazionale il 60,7% dei ginecologi è obiettore (in calo dal 63,4% del 2021, ma ancora oltre la metà del totale). In Molise la percentuale arriva al 90,9%, in Sicilia all’81,5%, in Basilicata al 79,2%, in Puglia al 77,9%. Numeri già drammatici, ma che sono anche dati vecchi e aggregati su base regionale: non raccontano cioè cosa accade nei singoli ospedali, dove in molti casi l’obiezione raggiunge il 100% del personale, rendendo impossibile abortire.

«I dati ufficiali sono parziali e spesso arrivano con anni di ritardo», spiegano le attiviste di Obiezione Respinta a VD. «Ma soprattutto, non restituiscono la complessità dell’esperienza concreta: le umiliazioni, la mancanza di informazioni, i viaggi obbligati, le difficoltà ancora maggiori per chi è senza documenti o senza reddito. La nostra è quindi un’inchiesta dal basso: vogliamo mostrare la realtà che si nasconde dietro ai numeri, perché ogni difficoltà di accesso corrisponde a una vita segnata, a una scelta rimandata o negata».

Le testimonianze raccolte sul sito di Obiezione Respinta sono emblematiche: parlano di farmacie che rifiutano di vendere la pillola del giorno dopo «per scelta», di donne costrette a dichiarare di soffrire di policistosi ovarica per ottenerla, di ginecologhe che umiliano pazienti in lacrime. «L’unico medico di turno era un obiettore – si legge in una segnalazione –. Si è dilungato in commenti sui miei comportamenti sessuali, sostenendo che non era un suo problema se andavo a letto con gente a caso. A nulla è servito che spiegassi che ero con il mio compagno e si fosse rotto il preservativo». Ci sono, però, anche tantissime testimonianze positive, che indicano ospedali, consultori e farmacie dove il personale accoglie, supporta e guida le persone nel percorso, fornendo informazioni chiare e rispettando i diritti. 

Il lavoro di mappatura portato avanti da Obiezione Respinta diventa quindi fondamentale: colma un vuoto lasciato dalle istituzioni, che non producono dati aggiornati, capillari e realmente utili a garantire l’accesso all’aborto. Un vuoto che non è neutro, ma politico: l’assenza di monitoraggio, la mancanza di trasparenza e l’incapacità di affrontare il peso dell’obiezione di coscienza sono precise responsabilità del governo e delle regioni. Perché senza una volontà politica chiara, l’aborto in Italia continuerà a restare un diritto scritto sulla carta, ma negato nella realtà.

Se anche tu hai una storia da segnalare o un'esperienza da condividere, puoi farlo qui.