«Cosa penserà Alberto del suo Paese?», l''appello della madre di Trentini
«Esigiamo che il nostro governo concretizzi gli sforzi per riportare Alberto a casa. Ogni giorno in più di detenzione e di attesa produce un’intollerabile sofferenza». Alla Mostra del Cinema di Venezia, nella cornice della Casa degli Autori, è stata letta questa mattina la lettera di Armanda Colusso, madre di Alberto Trentini, il cooperante italiano arrestato in Venezuela il 15 novembre 2024 e detenuto da oltre 300 giorni senza accuse.
«Mi chiedo spesso: cosa penserà questo ragazzo del suo Paese che per mesi l’ha abbandonato e non si è attivato abbastanza per liberarlo?», ha detto Colusso, rivolgendosi al pubblico di artisti, giornalisti e operatori culturali presenti.
Trentini si trovava in missione umanitaria a Guasdualito, per conto di una Ong che si occupa di persone con disabilità, quando è stato arrestato dalle autorità venezuelane. Da allora è rinchiuso nella prigione di El Rodeo I, alle porte di Caracas, ma contro di lui non sono mai stati formulati capi di imputazione né concessa la possibilità di ricevere visite consolari o familiari. Solo due, in nove mesi, le telefonate concesse alla madre, della durata di pochi minuti.
«Scrivete, parlatene, passate la voce. L’attenzione e la solidarietà possono fare la differenza. Mi auguro che servano a spronare chi ancora tentenna», ha insistito la madre di Alberto, chiedendo che il sostegno della cultura si trasformi in pressione politica.
Lo scorso 24 agosto, dopo la scarcerazione degli italo-venezuelani Margarita Assenza e Americo De Grazia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva assicurato l’impegno della Farnesina: «Lavoriamo per liberare tutti gli italiani detenuti in Venezuela. I cittadini sono tutti uguali, anche se non è facile». Parole che non hanno però rassicurato le famiglie, visto che per Trentini e per un altro connazionale, Biagio Pilieri, detenuto da un anno nell’Helicoide di Caracas, non è ancora arrivata alcuna svolta.
La madre di Alberto Trentini ha voluto infine rivolgere il suo messaggio direttamente alle autorità venezuelane: «Vorrei gridare la mia disperazione e che il mio grido oltrepassasse l’oceano per arrivare in Venezuela, a chi lo tiene prigioniero da nove mesi».