Durante il suo primo intervento da presidente del Consiglio al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, Giorgia Meloni ha condannato l’uccisione dei giornalisti nella Striscia di Gaza, definendola «un attacco inaccettabile alla libertà di stampa e a chi rischia la vita per raccontare l’orrore della guerra».

Accolta da una lunga ovazione, la premier ha ribadito: «Non abbiamo esitato un solo minuto a sostenere il diritto all’autodifesa di Israele dopo l’orrore del 7 ottobre, ma allo stesso tempo non possiamo tacere di fronte a una reazione che ha superato il principio di proporzionalità, causando troppe vittime innocenti e colpendo persino le comunità cristiane».

Parole tiepide, che arrivano dopo l’uccisione di circa 60mila palestinesi - tra cui 192 giornalisti -  e, a luglio, l’attacco a una chiesa cattolica nella Striscia da parte dell’esercito israeliano. Meloni ha inoltre rivendicato il ruolo dell’Italia negli aiuti umanitari, ricordando che «siamo il primo Paese non musulmano per evacuazioni sanitarie da Gaza».

I dati, però, restituiscono un quadro ben diverso. Nonostante le smentite ufficiali, l’Italia continua a esportare armi e tecnologie militari verso Israele. Lo dimostra un’analisi dell’istituto Iriad – Archivio Disarmo che incrocia le rilevazioni del SIPRI, dell’ISTAT (portale Coeweb sul commercio estero) e la Relazione governativa sull’export di armamenti, mettendo in discussione la narrazione del Governo circa la sospensione delle forniture dopo il 7 ottobre 2023. Proprio qualche giorno fa, dall’aeroporto di Milano Malpensa sarebbe dovuto decollare il volo X6610 della compagnia Challenge Air Cargo, diretto a Karmiel, in Israele. Secondo diverse segnalazioni, a bordo era previsto un carico militare destinato alla Elbit Systems, azienda israeliana del settore della difesa. Il volo è stato poi cancellato, ma secondo l'Usb il carico avrebbe raggiunto comunque via terra la destinazione.

Solo nel 2024, secondo Coeweb, Roma ha inviato a Israele armi e munizioni per circa 5,8 milioni di euro, di cui appena l’11% chiaramente tracciabile nelle sottocategorie ufficiali (“armi non letali”, “parti e accessori”, “bombe, granate e siluri”). Ancora più rilevante l’export di tecnologie per la navigazione aerea e spaziale, pari a 34 milioni di euro: droni, radar, aerei e, con tutta probabilità, anche il jet M346 Master, impiegato per l’addestramento militare avanzato. A ciò si aggiungono 2,7 milioni di euro in tecnologie informatiche - computer industriali, scanner ottici e dispositivi per l’elaborazione dei dati - strumenti strategici per logistica militare, controllo dei droni e sistemi di comando.

Di fronte a queste cifre, il Governo continua a rivendicare la piena legalità delle esportazioni, richiamandosi alle deroghe previste dalla normativa. Ma la Legge 185/1990 vieta l’invio di armamenti a Paesi coinvolti in conflitti armati, salvo eccezioni per accordi bilaterali o motivi di sicurezza nazionale. Un paradosso che mette in evidenza la distanza tra le dichiarazioni ufficiali e la concreta politica di export militare italiana.