Lo sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale milanese, riaccende la discussione sul ruolo che gli spazi occupati e autogestiti rivestono nelle città italiane. Da Nord a Sud, tra metropoli e piccoli centri, sono numerose le realtà animate da associazioni e attivisti che trovano casa in edifici abbandonati, spesso in condizioni fatiscenti, e li riaprono ai quartieri con finalità sociali e aggregative. Nato nel 1975, dal 1994 il Leoncavallo si era trasferito in un'ex cartiera abbandonata, di proprietà della famiglia Cabassi. Dopo lo sgombero dell’immobile di via Watteau - valutato a bilancio 2.644.000 euro - Brioschi, la società immobiliare della famiglia, ha fatto segnare un +4% in Borsa.  Un’operazione in programma da anni, ma sempre rinviata, e ora portata a termine dal governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. L’edificio sembra destinato a trasformarsi nell’ennesimo complesso di appartamenti di lusso, nuovo simbolo di una città sempre più esclusiva e inaccessibile.

Le nostre grandi città, infatti, stanno diventando spazi difficili da abitare per chi non appartiene alle fasce più ricche. In questo contesto, i centri sociali rappresentano presidi di equità e inclusione sempre più necessari. Con VD abbiamo incontrato molte di queste realtà: dallo stesso Leoncavallo a Milano a Casa Carracci e al Lab Ginecologico di Bologna, fino a Scugnizzo Liberato, Gridas ed Ex Opg a Napoli. Luoghi che non inseguono il profitto e che spesso affiancano gli abitanti dei quartieri nelle battaglie per i diritti fondamentali, come quello alla casa e ai beni comuni. Ma anche spazi che offrono attività per i residenti e cultura accessibile e alternativa, dove bere una birra o ascoltare musica live gratuitamente (o a prezzi popolari). In una società sempre più individualista e frammentata, i centri sociali si propongono come antidoto a una visione esclusivamente privatistica degli spazi urbani. Un ruolo riconosciuto, in alcuni casi, anche dalle istituzioni. Lo stesso sindaco di Milano, Beppe Sala, ha commentato lo sgombero del Leoncavallo dichiarando: «Sono convinto, e l'ho già detto in passato, che il Leoncavallo abbia un valore storico e sociale per la nostra città. È la mia opinione, so che non tutti saranno d’accordo. A mio parere, questo centro sociale deve continuare a produrre cultura, naturalmente in un contesto di legalità. Da anni e anni è un luogo pacifico di impegno. Confermo la volontà di mantenere aperto il dialogo con i responsabili delle attività del centro».

L’esperienza napoletana mostra come questi spazi possano diventare parte integrante delle politiche cittadine. Nel 2011 Napoli è stata la prima città italiana a istituire un assessorato ai beni comuni, modificando lo statuto comunale per riconoscere questa categoria giuridica come valore fondativo. All’interno della rete dei beni comuni urbani sono state inserite diverse realtà sociali nate come spazi occupati, che ogni giorno offrono attività gratuite per residenti di tutte le età: doposcuola, calcio popolare, corsi di pugilato, laboratori artigianali, cucina e ceramica. Ma ci sono anche gli sportelli gratuiti di medica e di assistenza legale per migranti e lavoratori. Molte di queste strutture si trovano in quartieri dove il reddito annuo medio lordo non supera i 20mila euro, diventando così un punto di riferimento insostituibile. E da difendere a ogni costo.