È iniziato lo sgombero del Leoncavallo di Milano
Da anni il cosiddetto “modello Milano” è al centro del dibattito pubblico. La città ha cavalcato Expo 2015 per attrarre investimenti e trasformarsi in un polo economico e culturale di livello internazionale. Una strategia che ha portato crescita e visibilità, ma anche effetti collaterali: affitti sempre più alti, stipendi che non tengono il passo, e un costo della vita che assorbe ben oltre un terzo del reddito medio. Nell’immaginario collettivo, Milano è la città che incarna il mito del successo, il luogo dove “se vuoi puoi”, come amava ripetere la generazione dei nostri genitori. Ma dietro questa narrazione, la metropoli si è trasformata in uno spazio sempre più esclusivo, inaccessibile a chi non appartiene alle fasce più ricche.
Il paradosso emerge con forza proprio oggi, con lo sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale nato negli anni Settanta e punto di riferimento per iniziative solidali, modelli di consumo alternativi e concerti. Dopo centotrentatré tentativi andati a vuoto, lunghe trattative con il Comune e decine di tentativi di resistenza, questa mattina la polizia è intervenuta per avviare lo sgombero dello stabile, arrivato a sorpresa prima della data ufficiale prevista per il 9 settembre. All’interno non c’era nessuno, mentre in mattinata davanti al centro sociale si sono radunate almeno 150 persone, pronte a partecipare a un presidio e a un’assemblea pubblica per discutere dell’accaduto. Il Leoncavallo ha già manifestato l’interesse a trasferirsi in un capannone comunale di via San Dionigi, più periferico, ma i lavori di bonifica dell’amianto richiesti rappresentano un ostacolo economico significativo.
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Lo stabile che per decenni ha ospitato attività gratuite e spazi di comunità sembra destinato a trasformarsi nell’ennesimo complesso di appartamenti di lusso. Una vicenda che per molti è il simbolo di ciò che la città è diventata, dove gli investimenti immobiliari vincono, gli spazi sociali perdono. La storia del Leoncavallo è segnata da decenni di mobilitazione: nato nel 1975 come occupazione di un’area abbandonata da militanti di movimenti extraparlamentari, dal 1994 si era trasferito in un’ex cartiera in via Watteau. La sua vita è stata scandita da cause legali, mobilitazioni civili e un forte legame con la memoria antifascista della città, testimoniata anche dalla storia di Fausto e Iaio, giovani militanti uccisi nel 1978.
Sul fronte giuridico, le vicende del Leoncavallo sono state intricate e complesse. Già nel 2005, la famiglia proprietaria dell’ex cartiera, i Cabassi, aveva avviato una causa contro il Ministero dell’Interno perché non era mai stato eseguito lo sgombero previsto da una sentenza del 2003. Nel 2024, la Corte d’appello di Milano ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire la società L’Orologio della famiglia Cabassi con 3 milioni di euro per il mancato sgombero. Il Ministero, a sua volta, ha chiesto che il risarcimento fosse pagato dalla presidente dell’associazione Mamme antifasciste, Marina Boer, unica realtà registrata ufficialmente all’interno del centro sociale. La vicenda ha scatenato raccolte fondi e mobilitazioni della sinistra milanese e delle realtà antifasciste. «Milano sta diventando una città di merda, in cui non c’è nessuna possibilità nemmeno di proporre delle alternative, una visione diversa, la possibilità di creare una socialità […]. È una città che è stata piena di cultura, di attività, un modello per tutt’Italia per le proposte culturali: gli sta bene questo deserto, questo happy hour a tutte le ore? A noi no», ha detto Marina Boer.
Il sindaco Sala, commentando lo sgombero, si è detto sorpreso. «Ieri ero a Palazzo Marino, impegnato in incontri di lavoro. Ho delegato il vicecomandante della polizia locale in mia rappresentanza a partecipare al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza che, come consuetudine, si tiene ogni mercoledì. In quella sede non è stato fatto cenno ad alcuno sfratto esecutivo del centro sociale Leoncavallo», si legge in una nota. «Per un’operazione di tale delicatezza, al di là del Comitato, c’erano molte modalità per avvertire l’amministrazione milanese. Sono convinto, e l'ho già dichiarato in precedenza, che il Leoncavallo rivesta un valore storico e sociale nella nostra città. È la mia opinione, so che le mie parole non troveranno d’accordo tutti. A mio parere, questo centro sociale deve continuare ad emettere cultura, chiaramente in un contesto di legalità. Da anni e anni è un luogo pacifico di impegno. Confermo la volontà di mantenere aperta l’interlocuzione con i responsabili delle attività del centro sociale», ha aggiunto il sindaco. Nel frattempo gli attivisti hanno convocato per oggi, 21 agosto, alle 18.00, un'assemblea pubblica. «Il prefetto Piantedosi l’aveva promesso alla destra: il centro sociale più famoso d’Italia deve scomparire. I simboli fanno paura, la storia ancora di più», si legge sul canale Instagram del centro sociale.
Il nodo è politico oltre che sociale. Milano cresce, ma non per tutti. I giovani e le classi medie fanno fatica a restare, mentre la città rischia di diventare esclusivamente un terreno di speculazione immobiliare e turismo di fascia alta.