Dopo un primo ricorso presentato da una giudice di Pordenone, altri due magistrati hanno chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi sul nuovo codice della strada, approvato dal governo a fine 2024, con particolare riferimento alla norma che punisce la guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti. Tre ricorsi in pochi mesi segnalano le difficoltà di procure e tribunali nell’applicare la disposizione, contestata per possibili profili di incostituzionalità.

La riforma ha eliminato dalle sanzioni il riferimento allo «stato di alterazione psico-fisica», prevedendo che sia sufficiente un test positivo - anche giorni dopo l’assunzione - per disporre la sospensione della patente. L’accertamento avviene tramite test salivare e successiva analisi di laboratorio, senza più visita medica.

Per Meglio Legale e altre associazioni e movimenti antiproibizionisti, la norma non sarebbe legata alla sicurezza stradale, ma rappresenterebbe uno strumento con cui il governo prosegue politiche repressive verso i consumatori di sostanze stupefacenti. Inoltre, le nuove disposizioni non prevedono deroghe per chi utilizza cannabis a fini terapeutici.

Secondo i giudici ricorrenti, la formulazione della norma comporta paradossi interpretativi: un giudice di Macerata ha osservato che, in assenza di limiti temporali, sarebbe teoricamente punibile chi ha assunto stupefacenti decenni prima. Inoltre, ha rilevato una disparità di trattamento tra chi guida senza patente (sanzione amministrativa) e chi guida dopo l’assunzione di droghe ormai prive di effetti (reato penale).

Un’analoga impostazione emerge dal ricorso di un giudice di Siena, che propone di reintrodurre l’accertamento dello stato di alterazione. Lo scorso aprile, i ministeri dell’Interno e della Salute hanno emanato una circolare che richiede di verificare che la sostanza «produca ancora effetti» durante la guida e che sia stata assunta in un periodo «prossimo» alla condotta. Tuttavia, la circolare non ha forza di legge e, in giudizio, prevale comunque il testo normativo.