«Ci hanno sputato addosso perché siamo ROM»
di Samuele MaccoliniIn una Milano deserta un doloroso fatto di cronaca ha avuto grande eco nazionale negli ultimi giorni. A Milano la polizia locale ha fermato tre ragazzini e una ragazzina tra gli 11 e i 13 anni con l’accusa di aver investito una donna di 71 anni, Cecilia De Astis, nel quartiere di Gratosoglio.
L’incidente è avvenuto lunedì mattina. Una telecamera di sorveglianza ha ripreso il gruppo mentre scendeva da un’auto – Citroen DS4 bianca di targa francese, che era stata rubata il giorno prima a dei turisti – e fuggiva. Secondo le ricostruzioni, alla guida ci sarebbe stato un 13enne. Mentre la macchia si dirigeva verso il centro percorrendo via Saponaro il guidatore avrebbe perso il controllo del veicolo, finendo per urtare la donna, che è morta poco dopo lo scontro. I ragazzi risultano vivere in un piccolo accampamento rom irregolare. La Lega, a partire dal Segretario Matteo Salvini, ha subito chiesto che venga «raso al suolo». Mentre il Sindaco Beppe Sala, che guida una giunta di centrosinistra, ha detto che tra il 2013 e il 2024 il Comune ha fatto chiudere 24 campi rom, in larga maggioranza irregolari.
Tre sono gli ultimi accampamenti regolari rimasti in città, quello di via Negrotto, via Impastato e Chiesa Rossa. In quest’ultimo, collocato non troppo lontano dall’incidente, vivono ad oggi 250 persone che tra un mese e mezzo dovrebbero essere sgomberate per via di una decisione del Comune comunicata a gennaio. La comunità di Chiesa Rossa denuncia a VD che dopo l’arresto il razzismo è aumentato. «Sulla strada per andare al supermercato, due anziani hanno sputato addosso a una delle ragazze di Chiesa Rossa. Lei non c’entra nulla con il campo da cui provengono i ragazzi accusati, vive in un’altra comunità, con una condizione e una vita completamente diverse. Vive lì da 25 anni, è una persona perbene, e ora ha paura di girare per il quartiere». A parlare è Djana Pavlovic, portavoce del Movimento Kethane Rom e Sinti per l'Italia.
«Da almeno vent’anni, ogni fatto di cronaca che coinvolge una persona della comunità rom viene utilizzato per fare propaganda politica», dice Pavlovic. Il primo esempio fu l’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007 a Roma. «Il colpevole era un uomo romeno che stuprò e uccise Reggiani: un fatto terribile in sé ebbe una eco nazionale enorme, amplificata da politici e media, che servì da pretesto per scatenare a Roma, e poi in tutta Italia, la “caccia allo zingaro”». L’anno dopo il Governo Berlusconi proclamò tramite DPCM “lo stato di emergenza nomadi”, con misure straordinarie nei campi rom. A partire dal censimento biometrico, inclusa la raccolta di impronte digitali dei minori. Solo dopo le molte critiche di discriminazione, il Consiglio di Stato dichiarò la misura illegittima e incostituzionale.
Pavlovic è amareggiata, esprime cordoglio a Cecilia a nome di tutta la comunità. Allo stesso tempo rivive «un trauma: è molto complesso dal punto di vista psicologico». «Il problema è che fatti di cronaca simili purtroppo succedono tutti i giorni. Ma quando il colpevole è un tredicenne italiano, ad esempio napoletano, di Palermo o del Veneto, si aprono dibattiti tra sociologi e giornalisti: si discute delle condizioni dei giovani, delle periferie, di cosa genera questi fenomeni».
Quando invece in mezzo ci sono delle persone di etnia rom, si sfoga il razzismo. «La reazione è completamente diversa – afferma la portavoce – c’è un approccio distorto e si sentono subito affermazioni che ci riportano indietro ai tempi bui della Storia».
L’ultimo fatto di cronaca non è da meno. «Su questo caso i politici si dividono tra chi si vanta di aver sgomberato più campi e chi sostiene che i bambini rom siano irrecuperabili – continua – Questo modo di discutere rivela che viviamo in uno Stato, in un Paese, in una società dove c’è puro razzismo. Si individua il più debole, quello che non si può difendere, e lo si trasforma in un capro espiatorio, su cui sfogare la rabbia e l’insoddisfazione generale».