«Un soldato israeliano ci filmava mentre ci dava cibo e acqua: questa è la propaganda»
di Davide Traglia«Vedere un militare dell’IDF con una telecamera in mano è stata l’immagine più chiara di come oggi i media siano un’arma militare». Con queste parole Tony La Piccirella, attivista barese di 35 anni, riassume a VD i giorni intensi e drammatici vissuti prima a bordo della nave Handala e poi nel carcere israeliano di Givon, dove è stato rinchiuso dopo l’abbordaggio da parte delle forze armate israeliane lo scorso 26 luglio.
Per lui, quel soldato con la telecamera è diventato il simbolo di una strategia comunicativa ben precisa: «Israele ormai sta perdendo legittimità, per cui hanno bisogno di costruire una narrazione che li presenti come buoni, caritatevoli. Cercavano disperatamente di riprendere scene in cui ci offrivano acqua e cibo, per mostrarsi umani. Ma ormai la maschera è caduta».
La Piccirella è uno dei due italiani che hanno partecipato alla missione organizzata dalla Freedom Flotilla Coalition, una rete internazionale che dal 2010 tenta, con azioni simboliche ma ad alto impatto mediatico, di rompere il blocco navale imposto da Israele su Gaza. La Handala, un ex peschereccio norvegese lungo 18 metri e carico di aiuti umanitari, era salpata da Siracusa il 13 luglio, facendo tappa a Gallipoli per imbarcare altri attivisti. A bordo c’erano medici, infermieri, giornalisti e difensori dei diritti umani. Tra loro lo storico attivista messinese Antonio Mazzeo e lo stesso La Piccirella, che per questa missione ha assunto il ruolo di skipper.
Il viaggio, tuttavia, si è interrotto bruscamente il 26 luglio. Mentre la nave si trovava in acque internazionali, a circa un miglio dalle acque territoriali egiziane, è stata abbordata dalla marina israeliana. «Avevamo chiesto alle autorità egiziane un passaggio sicuro, che ci era stato garantito. Ma piuttosto che farci arrivare in Egitto, ci hanno fermato prima. Hanno aspettato la notte, quando le telecamere riprendono peggio», racconta l’attivista.
Due Zodiac si sono avvicinati da entrambi i lati e diversi militari armati di mitra sono saliti a bordo. «Prima hanno staccato le comunicazioni, facendo jamming su GPS e telecamere. Poi uno di loro è sceso con una telecamera». Un gesto che, spiega La Piccirella, gli ha fatto comprendere ancora meglio il modo in cui Israele tenta di controllare la narrazione: «Vogliono essere gli unici narratori della storia, avere il controllo totale di ciò che viene raccontato».
Dopo l’abbordaggio, l’equipaggio è stato trattenuto per circa otto ore sulla nave, sotto la minaccia delle armi, e successivamente portato al porto di Ashdod, in Israele. Da lì La Piccirella è stato trasferito nel carcere di Givon, a Ramleh, dove ha trascorso tre giorni in condizioni che lui stesso definisce disumane. «Il carcere era sporco, con materassi che assomigliavano più alla gomma dura. Non ci hanno fatto chiamare avvocati né famiglie, né incontrare i consoli. Eravamo 16 persone in sciopero della fame. Entravano in assetto antisommossa anche solo per farci spogliare nudi davanti a tutti e costringerci a fare squat. Erano azioni ripetute, fatte apposta per umiliarci».
L’attivista racconta anche un episodio emblematico: «Mi hanno portato in una cella senza rubinetto dell’acqua, così ero costretto a chiederla. A un certo punto, è arrivato un militare con il passamontagna e una telecamera per riprendere il gesto di darmi l’acqua. Per loro non era il riconoscimento del più basilare dei diritti umani, ma una clip propagandistica. È la stessa logica con cui gestiscono gli aiuti umanitari a Gaza: controllano acqua e pane e poi sparano alla gente in coda per prenderli».
Ora La Piccirella è determinato a non lasciar cadere l’episodio nel silenzio. «Sto valutando se intraprendere un percorso penale contro lo Stato di Israele per il sequestro illegale e illegittimo dell’equipaggio», spiega. E aggiunge che, nonostante la repressione subita, la mobilitazione non si fermerà: «La Freedom Flotilla continuerà. Ci sono altri movimenti che si stanno organizzando. Stiamo cercando di coordinarci con gruppi in tutto il mondo: dal Global March a Sumud, collettivi malesiani e tunisini. Non ci fermeremo».
L’attivista è molto critico anche nei confronti della gestione diplomatica italiana: «Un Paese serio avrebbe protetto la missione e i propri cittadini dal sequestro in acque internazionali. Io ero un cittadino italiano su una nave con bandiera inglese: Israele non aveva alcuna autorità. Tajani mi ha fatto arrivare un foglietto di rimpatrio volontario, ma non me ne faccio nulla: io sono stato deportato, come tutti gli altri. Ho avuto un processo in Israele e nessun trattamento speciale».
Mentre negli ultimi giorni Francia e Regno Unito hanno aperto al riconoscimento dello Stato di Palestina, dall’Italia non arriva alcun segnale. Per La Piccirella, anche questo silenzio equivale a una scelta politica ben precisa: «Questa non è una mancata presa di posizione: è una presa di posizione. Il nostro governo è complice, non solo ideologicamente ma economicamente. Abbiamo affari, progetti nelle università, forniamo l’1% delle armi usate nel genocidio in Palestina. Se mai l’Italia riconoscerà la Palestina, sarà perché il popolo l’avrà costretta a farlo».