Ieri il Consiglio dei ministri ha dato il via libera a un piano triennale per l’edilizia penitenziaria, che sulla carta promette 15.000 nuovi posti nelle carceri italiane entro il 2027. L’obiettivo dichiarato è di combattere l’annoso problema del sovraffollamento. Il pacchetto, presentato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio insieme al commissario straordinario Marco Doglio, è affiancato da due provvedimenti normativi: un disegno di legge per prevedere la detenzione domiciliare per tossicodipendenti e alcoldipendenti, e uno schema di decreto presidenziale che dovrebbe snellire le procedure per la liberazione anticipata e migliorare le comunicazioni dei detenuti con l’esterno. Dietro gli annunci, però, restano molte incognite: tempi lunghi, risorse limitate, ostacoli burocratici e una realtà carceraria sempre più in affanno.

Secondo le stime fornite, i nuovi posti effettivi saranno 9.696, distribuiti così: 1.472 entro la fine del 2025, 5.914 nel 2026 e 2.310 nel 2027. A questi si potrebbero aggiungere altri 5.000, ottenuti però tramite la ristrutturazione di edifici già esistenti, in un arco di tempo che si estende a cinque anni. Per il momento, però, il contributo concreto è minimo: solo 1.472 posti in più entro il 2025, mentre nelle carceri italiane ci sono oggi quasi 63.000 detenuti contro una capienza regolamentare di 52.000 – di cui appena 47.000 realmente disponibili. Insomma, la pressione sul sistema non calerà a breve.

Tra le novità annunciate c’è anche il disegno di legge sulla cosiddetta «detenzione extramoenia», pensato per chi ha problemi di dipendenza da droghe o alcol. In sostanza, si punta a sostituire la pena in carcere con percorsi riabilitativi in comunità certificate. Anche qui, però, i limiti non mancano: non solo si tratta di un disegno di legge e non di un decreto (quindi con tempi lunghi per l’entrata in vigore), ma i criteri di accesso sono piuttosto rigidi – niente reati gravi, e solo se il reato è legato alla dipendenza. Infine, la stima dei 10.000 beneficiari è solo ipotetica e, come ha ammesso lo stesso Nordio, «a spanne».

Un altro tassello del piano è la revisione delle regole per la liberazione anticipata. In teoria, una misura utile. Nella pratica, però, potrebbe essere molto difficile da attuare. Servirà, infatti, una richiesta formale del detenuto, una relazione del direttore del carcere, e una documentazione dettagliata sulla condotta durante la detenzione. Tutto questo in un sistema in cui tribunali e uffici di sorveglianza soffrono una cronica mancanza di personale.

L’opposizione ha bocciato senza mezzi termini il piano. Riccardo Magi (Più Europa) ha parlato di una «matrioska» di carceri dentro le carceri e ha criticato l’assenza di misure volte a ridurre il numero dei detenuti, accusando l’esecutivo di non aver fatto «nulla per rimediare agli ingressi dovuti ai numerosi nuovi reati introdotti da questo governo». Per Debora Serracchiani (PD), il piano rappresenta «l’ennesima presa in giro» di fronte alla «drammatica condizione delle carceri italiane».

A ciò si aggiungono le tensioni interne al governo: durante la conferenza stampa, Nordio si è innervosito per le domande dei giornalisti, faticando con cifre e dati, e lasciando trasparire le pressioni subite. La premier Meloni ha ribadito il «no» a ogni ipotesi di indulto e ha rivendicato l’approccio securitario del governo: «In passato si adeguavano i reati al numero dei posti nelle carceri. Noi riteniamo, viceversa, che uno Stato giusto debba adeguare la capienza delle carceri al numero di persone che devono scontare una pena».

Nel frattempo, però, la situazione nelle carceri resta drammatica: in meno di due anni si sono registrati 124 suicidi, il tasso di sovraffollamento è salito al 133%, mancano agenti, magistrati di sorveglianza, funzionari, mentre molte strutture sono fatiscenti o inagibili (oltre 5.000 posti sono attualmente inutilizzabili).

Sulla carta, quello del governo è il piano più ambizioso degli ultimi anni per affrontare il problema penitenziario. Ma tra carenze di personale, burocrazia e risorse limitate, la sua realizzazione concreta appare tutt’altro che semplice. I tempi lunghi per la costruzione dei nuovi istituti e le misure alternative alla detenzione, soggette a un iter burocratico complesso, rischiano di non riuscire a dare una risposta immediata all’emergenza che il carcere affronta ormai da anni.

A complicare il quadro c’è anche la recente direzione presa dallo stesso esecutivo, con l’approvazione del nuovo «decreto sicurezza», che ha introdotto nuove fattispecie di reato – come la rivolta in carcere o il blocco di strade e ferrovie – e ha inasprito le pene per i reati contro le forze dell’ordine, specialmente durante le manifestazioni. Una linea punitiva che rischia di portare ancora più persone dietro le sbarre, aggravando ulteriormente il problema che il piano vorrebbe risolvere.

Il rischio, insomma, è che anche questa volta si tratti di un’occasione mancata: un modo per rispondere alle critiche – interne e internazionali – con misure parziali, lente, e in contraddizione con altre scelte del governo. Il sistema carcerario italiano ha bisogno di una riforma strutturale, profonda, umana. E non di un nuovo elenco di buone intenzioni.