«La Repubblica assicura la tutela della vita di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale». È questa la formula, densa di implicazioni ideologiche e giuridiche, che apre la bozza di legge sul suicidio assistito presentata da Fratelli d’Italia, attesa alla discussione formale nella prossima seduta del Comitato ristretto del Senato, fissata per martedì 1° luglio.

Un testo ancora in fase di definizione, ma già nella sua forma attuale capace di scuotere le opposizioni e persino di creare malumori all’interno della stessa maggioranza. Perché quella formula, ripresa direttamente dal vocabolario della galassia pro-life e della dottrina cattolica più rigorosa, rischia di diventare un grimaldello per mettere in discussione, anche indirettamente, la legge 194 sull’aborto.

Le preoccupazioni non si fermano alla formula d’apertura. La bozza prevede infatti l’istituzione di un Comitato nazionale di valutazione etica, incaricato di esaminare le richieste di accesso al suicidio medicalmente assistito. Il comitato sarà composto da sette membri: un giurista scelto tra professori universitari o avvocati abilitati, un esperto di bioetica, un anestesista rianimatore, un medico palliativista, uno psichiatra, uno psicologo e un infermiere. Una volta ricevuta la domanda, il comitato avrà 60 giorni di tempo per esprimersi, prorogabili di ulteriori 60 nei casi più complessi. Se la richiesta venisse respinta per mancanza dei requisiti, la persona malata non potrà ripresentarla prima di 48 mesi. Quattro anni di attesa: un tempo enorme per chi già affronta una malattia grave e una sofferenza continua, con il rischio concreto che la propria condizione clinica peggiori ulteriormente.

I componenti del Comitato saranno nominati dal presidente del Consiglio e resteranno in carica per cinque anni, con possibilità di due rinnovi. Una configurazione che rischia di rendere l’organismo fortemente politicizzato, dove la composizione e le nomine da parte della maggioranza di governo potrebbero trasformare un giudizio clinico e giuridico in una valutazione morale.

La bozza stabilisce inoltre che il Servizio sanitario nazionale non sarà tenuto a erogare direttamente la prestazione. Un punto, questo, che secondo il senatore del Partito Democratico Alfredo Bazoli, potrebbe costringere i pazienti a rivolgersi a strutture private, sostenendo i costi di tasca propria.

Un ulteriore passaggio critico riguarda le cure palliative: il testo prevede che, prima di poter accedere al suicidio assistito, la persona debba necessariamente essere stata messa in condizione di riceverle. In teoria una garanzia, nella pratica un potenziale ostacolo burocratico, soprattutto alla luce delle gravi carenze territoriali nella rete delle cure palliative. Come ha osservato Angelo Schillaci, professore di Diritto pubblico comparato alla Sapienza, «la Corte aveva parlato di un’offerta, di un coinvolgimento possibile: ma la scelta restava libera. Qui invece diventa una condizione obbligatoria. Se rifiuti le cure palliative, perdi il diritto a morire con dignità».

Ma è soprattutto sulla formula d’apertura dell’articolo 1 che si gioca la partita più insidiosa. L’introduzione del principio della tutela della vita “dal concepimento alla morte naturale” in una legge sul fine vita rischia di creare un precedente giuridico pericoloso. Il rischio è che una volta approvata, quella formula potrebbe essere richiamata in giudizio per contestare l’interruzione volontaria di gravidanza.

La strategia è ormai evidente: non serve un attacco frontale alla legge sull’aborto, né conviene politicamente. Meglio procedere per tappe: prima introducendo i gruppi pro-life nei consultori, come già avvenuto con un emendamento al Pnrr, ora riscrivendo i fondamenti della tutela della vita dentro una legge che, almeno in apparenza, dovrebbe riguardare solo il fine vita.

Chi sperava in una legge sul suicidio assistito rispettosa della dignità e della libertà di autodeterminazione della persona si trova ora di fronte a un testo che non solo restringe i diritti di chi chiede di morire con dignità, ma rischia anche di aprire un varco pericoloso verso la limitazione di altri diritti fondamentali come quello all’interruzione di gravidanza.