Alberto Trentini si trovava in Venezuela come cooperante per l’ong Humanity & Inclusion quando è stato arrestato, il 15 novembre 2024. Dopo il fermo a Guasdalito è stato trasferito nel carcere di El Rodeo I, a 30 km da Caracas. Per settimane non si è saputo nulla di lui, finché a metà maggio ha potuto parlare con i genitori: li ha rassicurati, dicendo che mangiava, stava bene e assumeva le medicine per l’ipertensione.

Ma il suo caso resta complesso. Arrestato con vaghe accuse di cospirazione, si ipotizza che – come già avvenuto con altri stranieri – possa essere usato dal governo di Maduro per negoziare con l’Italia, magari ottenendo il riconoscimento del suo esecutivo.

I rapporti tra Italia e Venezuela restano però tesi. La recente liberazione dell’imprenditore Alfredo Schiavo, in carcere dal 2020 e rientrato grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio, aveva acceso qualche speranza, subito smorzata da una nuova ondata di arresti tra gli oppositori in vista delle elezioni del 25 maggio. Una tornata segnata dal boicottaggio delle opposizioni e da gravi tensioni politiche. L’ultimo aggiornamento della Farnesina, datato 28 maggio, parla apertamente di «perdurante rischio di arresti arbitrari» e sconsiglia viaggi nel Paese, salvo per necessità assolute.

Il console italiano non ha ancora potuto incontrare Trentini. L’ultima persona ad averlo visto è David Guilleme, infermiere americano detenuto per alcune settimane nella cella accanto. A Repubblica ha raccontato che Trentini gli disse di essere diretto a Caracas quando è stato fermato a un posto di blocco e arrestato insieme al suo autista, senza alcuna spiegazione.

Secondo Guilleme, si è trattato di un arresto strumentale: «Non eravamo prigionieri, ma ostaggi. È successo anche ad Alberto». Le condizioni del carcere sono «pessime»: ha assistito a pestaggi da parte delle guardie e denuncia che la salute mentale dei detenuti è a rischio. Poi l’appello: «L’Italia deve fare tutto il possibile per riportare Alberto a casa».