«A me la maternità ha portato tutto e il contrario di tutto, e ancora lo sta facendo, ma soprattutto mi ha tolto tanto, a partire dal lavoro, perché al compimento del terzo mese della mia bambina, sono stata licenziata». Chiara Ammendola, giornalista, ha raccontato la sua esperienza nella sua newsletter “Maternità e altre rivoluzioni”. «Uno spazio di confronto che sa di femmina e speranza», lo definisce l’autrice, «che nasce per sentirci meno sole e condividere storie e problematiche di mamme e lavoro». L’ultimo progetto editoriale per cui Chiara lavorava le ha comunicato che avrebbe chiuso i battenti dopo la nascita della sua bambina.

«Anche se sulla carta c’è scritto che la chiusura di un progetto non è imputabile alla tua scelta di diventare madre – scrive Chiara – sai bene che se non avessi deciso a un certo punto della tua vita di mettere al mondo una figlia, se non avessi deciso di togliere il piede dall’acceleratore, anche solo per un momento, a quest’ora saresti ancora alla tua scrivania, davanti allo schermo di un pc a scrivere, a vivere quel sogno costruito con fatica. E così quel senso di colpa che tu non vuoi provare, perché sai che non è giusto, che non dipende da te, come una goccia, ti tormenta nel profondo».

La storia di Chiara Ammendola non è un caso isolato. Il rapporto “Le equilibriste, la maternità in Italia”, pubblicato da Save the Children, rivela che in Italia il 20% delle donne smette di lavorare dopo essere diventata madre. La cosiddetta child penalty colpisce le donne molto più degli uomini: il 91,5% dei padri è occupato, mentre per le donne la situazione è molto diversa. Lavora infatti il 68,9% tra quelle senza figli, ma la quota scende al 62,3% tra le madri. I dati si inseriscono in un contesto fortemente svantaggioso per le donne: l’Italia occupa infatti il 96° posto su 146 Paesi nel mondo in relazione alla partecipazione femminile al mondo del lavoro, mentre rispetto al gender gap retributivo si trova alla 95esima posizione.

«Qualsiasi cosa ci va di fare, soprattutto se vogliamo mettere al mondo un figlio, non possiamo deciderlo liberamente. Prima dobbiamo accertarci che siano tutti d’accordo, compresi i datori di lavoro, rappresentazione massima della società in cui viviamo, quella che ci vuole iperproduttivi, anche quando non ci riusciamo, perché dobbiamo correre senza guardarci indietro», scrive Chiara nella sua newsletter, che ha raggiunto centinaia di persone.

«Scrivere per me è stata cura, e visto il lavoro fatto in passato mi sono detta: perché non provare a mettere nero su bianco la mia esperienza? - ci racconta la giornalista - Sapere di non essere l’unica ad aver vissuto questo tipo di trauma mi è stato d’aiuto. E così ho capito che leggere questo tipo di storie, empatizzare, riconoscersi nel dolore e nel vissuto di qualcun altro ci fa uscire dal guscio, venir fuori dai margini, riacquisire fiducia in noi stesse. Quel famoso villaggio necessario alla crescita di un figlio è fondamentale prima di tutto per la cura di ogni mamma, anzi di ogni donna. Mi hanno scritto in tante per raccontarmi la loro storia, amiche e sconosciute. Ho ricevuto tanta solidarietà, ma ho percepito soprattutto tanta voglia di parlare. Parliamo, ragazze, alziamo la testa e non restiamo in silenzio!»