Martina Carbonaro, 14 anni, è stata uccisa brutalmente, con ogni probabilità a colpi di pietra, dall’ex fidanzato, un ragazzo di 18 anni. A confermare l’orrore è stato lo stesso giovane, che durante un lungo interrogatorio ha confessato il delitto, spiegando: «Mi aveva lasciato». Dopo averla uccisa, avrebbe nascosto il corpo della ragazza in un vecchio armadio all’interno di un casolare abbandonato, nei pressi dell’ex stadio “Moccia” di Afragola, in provincia di Napoli.

A confermare la confessione è stata una nota ufficiale della procuratrice Anna Maria Lucchetta: «Ha reso dichiarazioni confessorie, ammettendo di aver volontariamente cagionato la morte di Martina Carbonaro, occultandone il cadavere».

Il sindaco di Afragola, Antonio Pannone, ha parlato di “immane tragedia” e di “barbarie di chi non rispetta la libertà e la dignità femminile”. Un dolore che risuona ancora più forte nelle parole della madre di Martina, Fiorenza, che sui social ha lasciato un messaggio straziante: «Chi ti ha fatto del male la pagherà. Vola in alto».

Martina è la 28esima vittima di femminicidio in Italia dall’inizio del 2025, secondo i dati dell’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi di Non Una Di Meno. Un numero che non può più essere considerato un’emergenza temporanea, ma un segnale di un fenomeno profondo, strutturale, sistemico.

In questo contesto, l’idea di introdurre un reato autonomo di femminicidio ha sollevato critiche da parte di alcune docenti ed esperte di diritto penale, che ne contestano l’efficacia con un appello firmato da quasi ottanta di loro. L’iniziativa nasce non perché non si riconosca la gravità del fenomeno, ma perché – denunciano – senza un investimento reale nella prevenzione, il rischio è che si produca soltanto un effetto simbolico. «Così si rischia di fare propaganda. Lo vediamo nei Paesi sudamericani, dove il reato di femminicidio esiste, ma i casi sono numerosissimi e l’introduzione della norma non li ha limitati», spiegano a Repubblica.

Le leggi italiane già prevedono pene severe per chi uccide una donna per motivi di genere. Ciò che manca, secondo molti esperti, è una strategia capillare e strutturata: educazione al rispetto nelle scuole, supporto concreto alle donne che vogliono uscire da relazioni violente, potenziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio, oggi ancora troppo pochi e distribuiti in modo disomogeneo sul territorio. Secondo la Convenzione di Istanbul, dovrebbe esserci un centro antiviolenza ogni 50.000 donne: in Italia siamo ben lontani da questo standard.

Introdurre una nuova norma, senza intervenire sulle radici profonde del problema, rischia di alimentare un’illusione. Perché la violenza contro le donne non inizia con l’omicidio, ma affonda le sue radici in una cultura patriarcale che legittima possesso, sopraffazione, dominio. È una violenza che nasce nella costruzione distorta delle relazioni, nell’incapacità di accettare l’autonomia femminile, nella convinzione che l’amore giustifichi il controllo.

Affrontare questo fenomeno significa agire in profondità, promuovendo un cambiamento culturale che coinvolga scuole, famiglie, media, istituzioni. Non bastano nuove definizioni giuridiche o pene più dure: serve una trasformazione collettiva del modo in cui si concepiscono i rapporti tra uomini e donne.

Finché la matrice patriarcale di questa violenza sarà ignorata o minimizzata, gli uomini continueranno a uccidere. E ogni donna assassinata – ogni nome, come quello di Martina – griderà il fallimento di una società che non ha avuto il coraggio di mettere in discussione i privilegi maschili e la cultura del dominio.