Miracolo americano: i giornali sono tornati a parlare di università. Perché i ricercatori fuggono dagli Stati Uniti di Trump, e l’Unione Europea (con la Francia in prima linea) è pronta (almeno a parole) ad accoglierli. Forse, ora che il tema è tornato di attualità, avrà maggiore spazio nel dibattito lo stato dell’arte della ricerca italiana, che negli ultimi mesi – e nel silenzio generale – è stata attraversata da un partecipato percorso di mobilitazione che ora arriva al suo culmine.

In risposta ai tagli e alle politiche del Governo Meloni in materia di università e ricerca, le Assemblee Precarie Universitarie (APU) hanno indetto uno sciopero di tutto il precariato dell’università, a cui hanno aderito numerose sigle sindacali – tra cui Flc Cgil, Adl Cobas, Clap, Confederazione Cobas, Cub, Usb, Usi. Oggi, lunedì 12 maggio, accanto ai precari della ricerca ci sono anche studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo, personale esternalizzato delle biblioteche e degli appalti multiservizi delle università.

«I tagli del Governo in carica al Fondo di Finanziamento ordinario sono ammontati a 500 milioni di euro nel solo 2024, e supereranno il miliardo di euro nel prossimo triennio, calcolando le molteplici voci di spesa soggette a tagli», si legge nel comunicato dello sciopero. «In alcuni atenei si è già assistito a una riduzione dei servizi, all’aumento delle tasse studentesche, alla riduzione delle borse di dottorato, alla chiusura di corsi di laurea e di linee di ricerca, a licenziamenti delle lavoratrici/tori dei servizi esternalizzate/i. I tagli penalizzano soprattutto la ricerca di base e favoriscono i finanziamenti privati alla ricerca».

La mobilitazione, come dicevamo, è partita la scorsa estate, e ha avuto un ruolo decisivo nel tentativo di smorzare la linea del dicastero guidato da Anna Maria Bernini, orientato verso l’austerità. Dopo le proteste «la ministra Bernini si è trovata a sospendere il ddl 1240 (la cosiddetta “riforma del pre-ruolo”), che puntava a introdurre nuovi contratti ancora più precari per le figure della ricerca post-laurea e post-doc». Ma non si tratta di una vittoria, poiché, spiegano le assemblee precarie: «Il ddl, che è uscito dalla porta, vorrebbe essere reintrodotto dalla finestra, con una serie di annunci e di emendamenti dai banchi del governo, che confermano la volontà di precarizzazione del lavoro di ricerca e di attacco alla libertà di ricerca».

I tagli e i ritardi negli stanziamenti hanno di fatto ritardato (e in alcuni casi bloccato) l’apertura di nuovi bandi, con il risultato che oggi il futuro dei ricercatori precari è in stallo, per usare un eufemismo. Come si legge nel Manifesto delle APU redatto a febbraio, «la riforma – attualmente sospesa ma non ritirata – moltiplicherà ulteriormente le figure precarie del percorso di ricerca accademica, che già oggi può durare fino a 12 anni e che conduce alla stabilizzazione solo del 10% di chi consegue un dottorato». Insomma, solo 1 su 10 “ce la fa”.

Alla retorica vuota della “passione” come motore del lavoro, i precari rispondono che «la nostra passione non può sopperire all’assenza di tutele, né la vocazione può essere un alibi per scaricare su di noi i tagli al bilancio o normalizzare il fatto che dobbiamo emigrare all’estero per trovare lavoro».

Attraverso la mobilitazione scelgono dunque di scrivere “un futuro diverso, dentro e fuori l’università”. La protesta, infatti, si inserisce nella più ampia opposizione alle politiche del Governo Meloni, nonché al progetto europeo per il riarmo e alla «fabbricazione ed esportazioni di armi e il genocidio del popolo palestinese».