Dal 2023 al 2024, la spesa militare globale è aumentata del 9,4%, il balzo più significativo degli ultimi trent’anni, ovvero dalla fine della Guerra Fredda. Un dato che merita attenzione, non solo per l'entità, ma anche per il contesto globale: un mondo segnato da crisi climatiche, emergenze sanitarie e crescenti disuguaglianze sociali. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la spesa totale ha superato i 2.300 miliardi di euro, in costante crescita dal 2015 (+37%).

Le principali cause di questo incremento sono chiare: la guerra in Ucraina, l’escalation militare in Medio Oriente sotto la guida di Israele e il generale riarmo europeo. Più di cento paesi hanno aumentato i propri budget per la difesa. Questo trend, se non contrastato da un dibattito pubblico consapevole, rischia di sottrarre risorse a settori vitali come sanità, istruzione e politiche sociali. Un caso emblematico è quello di Israele, che ha aumentato la spesa militare del 65% in un anno, raggiungendo i 40,8 miliardi di euro, il livello più alto dal 1967. La difesa assorbe oggi l’8,8% del PIL israeliano, seconda solo all’Ucraina, che destina il 34% del proprio PIL alla guerra contro l’invasione russa.

In Europa, la spesa militare è aumentata ovunque, ad eccezione di Malta. La Germania, con 77,8 miliardi di euro (+28%), è diventata il paese con la spesa militare più alta del continente, e una recente riforma costituzionale ha aperto la strada a ulteriori investimenti in armamenti. L’Italia, con un aumento più moderato (+1,4%), ha raggiunto i 33,4 miliardi di euro, piazzandosi al 14° posto nel mondo. Ma da dove arrivano questi fondi? Spesso a pagare sono altri settori cruciali. In Italia, ad esempio, a fine 2024 sono stati dirottati 4,6 miliardi destinati alla transizione ecologica per finanziare la difesa. Il rischio, dunque, è che una parte sempre più crescente delle risorse pubbliche sia destinata alla difesa, a discapito di settori altrettanto essenziali come sanità, istruzione, ambiente e infrastrutture sociali.

L’attenzione crescente al riarmo potrebbe ridurre ulteriormente i fondi destinati alla cura dei cittadini, dato che il governo ha anche promesso di raggiungere il 2% del PIL in spese militari, con il ministro Crosetto che ha dichiarato che questo non è un traguardo, ma un punto di partenza. L’Italia si trova di fronte a una scelta cruciale: continuare a investire massicciamente nella militarizzazione, rischiando di compromettere settori fondamentali come la sanità, l’istruzione e il benessere sociale, oppure rivedere le proprie priorità, destinando risorse anche – e soprattutto – ai servizi essenziali per i cittadini. La questione non riguarda solo quanto investire nella difesa, ma quale tipo di società vogliamo costruire: una più sicura, sì, ma anche più giusta ed equa, in cui nessuno debba aspettare sei mesi per un’ecografia.