Più di 70mila donne parteciparono alla Resistenza. Ma nessuno parla di loro
di Davide TragliaQuando si pensa alla Resistenza italiana, l’immaginario collettivo si popola immediatamente di figure maschili: giovani partigiani armati, coraggiosi, tormentati, come Milton o Johnny nei romanzi di Beppe Fenoglio, Giuliano di Uomini e no di Elio Vittorini, Giovanni dei Piccoli maestri di Luigi Meneghello. La letteratura resistenziale ha costruito un pantheon di figure prevalentemente maschili, lasciando spesso nell’ombra le protagoniste femminili, nonostante il loro ruolo sia stato altrettanto decisivo.
Un’eccezione significativa alla narrazione tutta al maschile della Resistenza è L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò, l’unico romanzo scritto da una donna che racconta in modo centrale l’esperienza partigiana femminile. La protagonista, Agnese, è una lavandaia emiliana che, dopo l’arresto e la morte del marito comunista per mano dei nazisti, decide di unirsi alla lotta. La sua trasformazione avviene quasi per caso: un soldato tedesco uccide la gatta del marito, e lei reagisce sparandogli con il mitra. Da quel gesto impulsivo nasce una nuova consapevolezza politica e personale, che la porta a diventare partigiana. Il romanzo di Viganò non è solo un’opera letteraria, ma un atto politico di testimonianza: la scrittrice fu essa stessa staffetta partigiana, e racconta con lucidità ed empatia il contributo delle donne alla lotta armata.
Quello che spesso si dimentica – o che la storia ufficiale ha scelto di dimenticare – è che, proprio come Agnese, ci furono migliaia di donne che ebbero un ruolo centrale nella Resistenza. Secondo le stime dell’ANPI, furono oltre 70mila le donne coinvolte attivamente: 35mila riconosciute come combattenti, 20mila come patriote con ruoli di supporto, e moltissime altre rimaste senza nome nei documenti. Erano staffette, sabotatrici, infermiere, informatrici, contadine, operaie nelle fabbriche convertite alla produzione bellica. Alcune avevano appena quindici anni, altre superavano i cinquanta. Venivano da ogni ceto sociale, da ogni parte d’Italia.
Il loro contributo fu fondamentale, ma per decenni è stato marginalizzato, ridotto a un'attività “di supporto” o di “cura”, secondo uno schema patriarcale che ha faticato a riconoscere la dimensione militante e autonoma delle donne nella Resistenza. In realtà, senza la loro presenza, sarebbe stato praticamente impossibile tenere in piedi la struttura logistica della guerra partigiana: erano spesso loro a garantire i collegamenti tra le brigate, a nascondere armi e fuggitivi, a mantenere il contatto con le famiglie e i centri urbani.
Una delle realtà più significative della Resistenza femminile furono i Gruppi di Difesa della Donna (GDD), nati a Milano e Torino nel 1943 per iniziativa del Partito Comunista, ma ben presto aperti anche ad attiviste socialiste, azioniste, cattoliche e apartitiche. Tra le fondatrici e protagoniste si ricordano figure come Lina Fibbi, Pina Palumbo, Teresa Noce, e Ada Gobetti, intellettuale e pedagogista torinese, che vide nella Resistenza un’occasione di emancipazione e trasformazione sociale.
I GDD avevano molteplici compiti: fornire supporto materiale e morale ai partigiani, raccogliere fondi, generi alimentari, medicinali, redigere e distribuire stampa clandestina, organizzare scioperi nelle fabbriche, sabotaggi e manifestazioni contro le deportazioni. Le cosiddette “staffette” svolgevano un ruolo cruciale: attraversavano campagne e città, spesso da sole e a piedi, trasportando ordini, armi, esplosivi, volantini. La loro apparente “invisibilità” – donne con la bicicletta o il fazzoletto al collo, confuse tra la popolazione – divenne una delle armi più potenti del movimento.
Ma molte donne parteciparono anche direttamente a operazioni militari. Carla Capponi e Marisa Musu, ad esempio, furono tra le protagoniste dell’attentato di via Rasella a Roma nel marzo 1944, contro un reparto tedesco delle SS. L’azione costò cara: fu seguita dalla tragica rappresaglia delle Fosse Ardeatine, ma dimostrò come le donne potessero assumere ruoli operativi di primo piano. Un’altra figura emblematica è Gina Borellini, che durante uno scontro a fuoco con i fascisti nel modenese fu gravemente ferita e perse una gamba. Nonostante ciò, tornò a combattere dopo l’amputazione, diventando poi parlamentare nella Repubblica. Irma Bandiera, giovane partigiana bolognese, venne catturata, torturata per una settimana ed, infine, uccisa dai fascisti, che cercarono di estorcergli – senza successo – informazioni sui compagni della Resistenza.
Eppure, a fronte di questi atti di coraggio e abnegazione, solo 19 donne hanno ricevuto la Medaglia d’oro al valor militare, contro le 572 assegnate agli uomini. Un divario che riflette non solo una disparità numerica, ma soprattutto simbolica e culturale, un’omissione che continua a pesare nella nostra narrazione storica.
Oggi, mentre la memoria del 25 aprile rischia di essere oscurata da revisionismi, polemiche e semplificazioni, è più che mai urgente ricordare che la Resistenza è stata anche – e in misura significativa – una lotta di donne. Riscoprire questa parte della storia significa restituire voce a una generazione che ha lottato non solo contro il nazifascismo, ma anche per la propria autodeterminazione.