Chi entra in carcere in Italia ha una probabilità altissima di tornarci. Circa il 70% delle persone detenute, una volta fuori, finisce di nuovo dietro le sbarre. Perché? Perché il carcere italiano non rieduca: punisce. E chi esce, spesso, non ha strumenti, né occasioni, né reti per costruirsi una vita diversa.

Le possibilità di lavoro o di contatto con l’esterno sono minime. Eppure sono proprio questi fattori a ridurre significativamente le probabilità di recidiva. Il risultato è un sistema che non solo fallisce nel suo compito rieducativo, ma che produce disagio e disperazione – dentro e fuori dalle celle.

Secondo i dati dell’associazione Antigone, a fine febbraio 2025 le persone detenute erano oltre 62mila, contro una capienza regolamentare di 51mila e una reale di appena 46mila posti. Questo significa che più di 15mila persone sono detenute senza un posto vero e proprio, per un tasso di affollamento che supera il 132%.

E non parliamo solo di numeri: molte strutture sono in condizioni “totalmente degradate”, con celle piene di muffa, infiltrazioni d’acqua, freddo in inverno, caldo soffocante in estate. In alcuni istituti si resta chiusi in cella fino a 20 ore al giorno. Le telefonate con i familiari? Dieci minuti a settimana, se va bene.

Il 2024 è stato l’anno con più suicidi in carcere mai registrati in Italia: 89. Solo nei primi mesi del 2025, i suicidi sono già 20. In media, 3 detenuti su 100 tentano il suicidio. Numeri che raccontano un sistema che isola, che reprime, che abbandona.

Per gestire il disagio, si fa largo uso di “strumenti contenitivi di natura fisica o farmacologica”. La rieducazione scompare, lasciando spazio a controllo, isolamento e abbandono.

Negli ultimi anni, educatori, educatrici e volontari sono sempre meno. Il carcere diventa sempre più un mondo chiuso, inaccessibile, dove più della metà delle persone detenute trascorre gran parte della giornata chiusa in cella, uscendo solo per un’ora d’aria.

Una situazione che non colpisce solo le persone recluse, ma anche chi nel carcere lavora. Antigone parla di una “comunità penitenziaria che ha perso fiducia nel paradigma rieducativo”, ormai gestita tramite isolamento informale e custodia chiusa. Una strategia che – avvertono – porterà più tensione, più disperazione, più violenza.

E anche quando si esce, la vita non ricomincia. Chi ha un passato da detenuto spesso non trova lavoro, né una casa. Nessuno è disposto ad affittargli un appartamento o ad assumerlo.

Il “fine pena” è un momento di smarrimento profondo, soprattutto per chi non ha una rete di supporto all’esterno. Per questo, spiega Antigone, servono investimenti nella preparazione al rilascio, con servizi che accompagnino la persona nel ritorno alla vita civile, in coordinamento con gli enti del territorio.

In tutto questo, il governo pensa di introdurre il “delitto di rivolta penitenziaria”, previsto nel nuovo disegno di legge sulla sicurezza. Se passasse, migliaia di anni di carcere si aggiungerebbero alle pene già scontate, colpendo soprattutto chi protesta – anche in modo pacifico – per condizioni più umane.

Parlare di carcere non significa parlare “solo” delle persone recluse. Significa parlare di giustizia, di diritti, di che tipo di società vogliamo costruire. Un sistema penitenziario che punisce senza offrire alternative non protegge la società: la danneggia. Se il carcere resta un buco nero di diritti, solitudine e disperazione, a pagare – alla fine – non sono solo i detenuti. Siamo tutti.