La Corte Suprema del Regno Unito ha deciso che la definizione giuridica di “donna” deve riguardare solo le persone biologicamente di sesso femminile: le donne trans quindi non possono essere considerate “donne”. La sentenza arriva dopo anni di battaglie su cosa sia una donna e ha incontrato il favore di una parte minoritaria di femministe, le cosiddette TerfTrans Exclusionary Radical Feminists», «femministe radicali trans escludenti»), un acronimo nato nei circoli femministi degli anni 70 ma che loro rifiutano - percependolo addirittura come un insulto - definendosi solo «femministe radicali».

 

Questo movimento nega in particolare che le donne transgender siano donne a tutti gli effetti, escludendole dalle loro lotte e dalle loro battaglie e percependole come una minaccia. Per questo, chiedono ad esempio che le donne trans siano escluse dai bagni femminili, o che non gareggino con le donne cis durante le competizioni sportive e addirittura che non vengano accolte nei centri antiviolenza. Le terf negano il diritto all'autodeterminazione delle donne trans, rifacendosi a un essenzialismo biologico per cui la persona è determinta dai suoi genitali, mentre oggi sappiamo che sesso e genere sono uno spettro con varie sfumature e non possono essere ridotti a una divisione binaria.

 

Il timore delle terf è che le donne “biologiche” vengano cancellate dalle donne “trans”. Per alcune, il fatto stesso che una persona trans possa possedere il pene la rende un potenziale "stupratore". Il paradosso della loro battaglia sta nel fatto di combattere - da soggetti oppressi - i diritti e l’autodeterminazione di altri soggetti anch’essi oppressi, tanto che le posizioni terf sul genere finiscono per coincidere con quelle di estrema destra o cattoliche.

 

Eppure nelle piazze degli anni Sessanta, a cui le terf si sentono legate, era chiaro che donne non si nascesse, ma lo si diventasse e che l’unica risposta possibile all’oppressione di un destino segnato fosse urlare «Il corpo è mio e lo gestisco io».