«Usavo la cannabis per curarmi, ero rinata. Ora ho smesso per paura di perdere la patente»
di Davide TragliaDal 14 dicembre 2024 è entrata in vigore la nuova stretta sul Codice della Strada voluta dal ministro Matteo Salvini. La riforma introduce sanzioni durissime per chi risulta positivo a un test rapido per le sostanze stupefacenti, anche se il consumo è avvenuto giorni prima e la persona non si trova in alcuno stato di alterazione. Nata con l’intento dichiarato di contrastare la guida sotto l’effetto di droghe, la normativa si è rapidamente trasformata, nei fatti, in una vera e propria caccia alle streghe contro chi fa uso di cannabis. La legge non fa distinzione tra chi guida sotto l’effetto di sostanze e chi, invece, ha semplicemente consumato in passato, senza alcuna compromissione psicofisica al momento del controllo. Per l’alcol resta il limite dello 0,5; per le droghe, invece, è sufficiente qualsiasi traccia, anche minima e irrilevante per l’idoneità alla guida.
Ha fatto molto discutere il caso di Elena Tuniz, 32 anni, insegnante, a cui è stata sospesa la patente per un anno a seguito di un test tossicologico con «dubbia positività al THC». Poco prima, Elena aveva avuto un malore mentre era alla guida, con un lieve incidente. In ospedale, il test ha rilevato tracce di THC. Solo dopo un secondo attacco epilettico, arrivato nella notte, è stata finalmente diagnosticata l’epilessia. Ma la macchina sanzionatoria si era già messa in moto: patente ritirata per un anno, procedimento penale in corso, rischio di due anni di carcere e 12mila euro di multa. Un paradosso che ha spinto l’associazione Meglio Legale a presentare ricorso, sollevando una questione di legittimità costituzionale davanti al giudice di pace di Udine. Il ricorso non si limita a contestare la sospensione della patente, ma mira a una possibile revisione della legge stessa. Meglio Legale ha raccolto numerose storie simili, tutte segnate dalla stessa assurdità. Matteo, per esempio, è stato tra i primi a perdere la patente con la nuova normativa. Fermato la sera del 14 dicembre a Roma, risulta negativo all’alcol test ma positivo al test salivare, avendo fumato cannabis oltre 24 ore prima. Nonostante superi i test cognitivi e non mostri alcun segno di alterazione, la patente e il libretto gli vengono immediatamente ritirati. A distanza di un mese, ancora nessuna notifica ufficiale.
Giulio assume cannabis terapeutica su prescrizione medica per curare cefalee e insonnia. Da dicembre ha smesso di guidare per paura delle conseguenze legali. Stessa sorte per Giuseppe, 54 anni, affetto da dolori cronici: la cannabis prescritta lo aiutava a dormire, ma ha dovuto interromperne l’uso per non rischiare di perdere la patente. «Dormo poco e male, senza più sollievo», racconta. Fra le storie raccolte c’è anche quella di Vittoria, 29 anni, che soffre di ansia e attacchi di panico fin da quando era adolescente. Dal 2020, su indicazione di psichiatra e psicologa, assume cannabis al bisogno. È un’educatrice e, per contratto, deve mantenere il casellario giudiziario immacolato. Anche se consuma solo in casa e mai prima di mettersi alla guida, ha smesso per paura di conseguenze che potrebbero compromettere il lavoro e la sua stabilità.
Con il decreto Sicurezza i proprietari dei negozi di cannabis rischiano di perdere il lavoro
I dati parlano chiaro: nei primi tre mesi del 2025 sono state ritirate 16.432 patenti, un aumento del 54,7% rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma l’effetto sulla sicurezza stradale è stato minimo: gli incidenti sono calati solo del 5,1%, in linea con il trend degli ultimi anni, mentre quelli mortali sono addirittura aumentati del 3,4%. Nelle città l’aumento dei ritiri è stato vertiginoso: a Roma da 300 a 530 (+77%), a Palermo da 85 a 267 (+214%), a Milano da 183 a 647 (+253%). Ma i cali negli incidenti gravi sembrano dovuti ad altri fattori, come nel caso di Bologna, dove l’introduzione della zona 30 ha portato – per la prima volta dal 1991 – all’assenza di vittime tra i pedoni.
Il nuovo Codice della Strada si sta dimostrando uno strumento punitivo più che preventivo. I dati parlano chiaro: l’impatto concreto sulla sicurezza è marginale, mentre cresce il numero di persone colpite da una norma che sanziona indiscriminatamente la presenza di THC nel sangue, anche in assenza di qualunque alterazione psico-fisica. Le conseguenze, però, non si limitano a multe e sospensioni. Si riflettono in esistenze messe in pausa, diritti compressi, cittadini trattati come criminali per aver consumato cannabis giorni o settimane prima. Si manifestano nella rinuncia a cure mediche prescritte, nella paura di perdere il lavoro, nella scelta obbligata di non guidare più per evitare di finire intrappolati in un sistema che non ammette eccezioni né valutazioni caso per caso.
Il caso di Elena è solo uno dei tanti. In nome della sicurezza, si colpiscono persone che non rappresentano alcun pericolo reale, mentre l’efficacia della misura sulla riduzione degli incidenti resta del tutto marginale. La retorica del pugno duro ha prodotto una legge che ignora la scienza, il buon senso e la proporzionalità. Una legge che non distingue tra abuso e uso terapeutico, tra chi è effettivamente alterato e chi ha semplicemente fumato la sera prima di andare a dormire. Il paradosso è evidente: invece di fermare chi guida sotto l’effetto di sostanze, si puniscono persone che non hanno compromesso in alcun modo la sicurezza altrui. Un approccio che non tutela, ma reprime e criminalizza, e che sotto l’apparente scudo della prevenzione, finisce per alimentare un sistema punitivo cieco, distante dalla realtà e dalle vite di chi ne subisce le conseguenze.