È iniziato il processo per la morte di Satnam Singh, ma le condizioni di lavoro dei braccianti indiani non sono cambiate
di Davide TragliaÈ iniziato martedì 1 aprile, davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Latina, il processo per la morte di Satnam Singh, il bracciante agricolo di origine indiana deceduto dopo un incidente sul lavoro avvenuto il 17 giugno scorso nelle campagne dell'Agro Pontino. Sul banco degli imputati Antonello Lovato, che deve rispondere del reato di omicidio volontario con dolo eventuale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, quel pomeriggio Satnam è rimasto incastrato nel macchinario che stava utilizzando e che gli ha tranciato un braccio. Senza essere soccorso, è stato abbandonato davanti alla sua abitazione dal suo datore di lavoro, che ha poi lasciato l'arto in una cassetta della frutta. Secondo la consulenza medico-legale, un intervento tempestivo avrebbe potuto salvargli la vita. La gestione dell’incidente, quindi, è al centro dell’accusa mossa nei confronti di Lovato.
In concomitanza con l’apertura del processo, la Cgil ha organizzato un presidio di protesta davanti al tribunale, a cui ha preso parte anche il segretario generale Maurizio Landini. «Lo abbiamo sempre detto: non pensiamo che questo sia un caso isolato, ed è un errore pensare che si risolva il problema con questo processo. Tuttavia, quest’ultimo è in grado di mettere in campo un elemento di cambiamento reale», ha detto Landini. Il segretario della Cgil ha spiegato che «la morte di Satnam ha indicato una cosa precisa», vale a dire che «la cultura del profitto considera le persone delle merci, dei pezzi di macchina che possono essere cambiate e vendute. Questa è una logica assurda, che noi non siamo disponibili ad accettare e che va messa in discussione».
In piazza era presente anche Giovanni Mininni, segretario generale della Flai-Cgil nazionale. «Nei giorni scorsi la ministra Calderone ha detto che i sindacati fanno “propaganda” sul tema e ha sbandierato un presunto 60% in meno di vittime di caporalato nel 2024», ha detto Mininni. «In attesa di conoscere il modo in cui sarebbero stati ricavati questi dati, sappiamo con certezza che gli irregolari nell’agricoltura italiana sono 200mila, mentre i reati e gli illeciti amministrativi nell’agroalimentare sono cresciuti del 9,1%. Sono numeri che dipingono uno scenario drammatico».
Alla manifestazione hanno preso parte anche numerosi lavoratori dell’agro pontino, in particolare braccianti di origine sikh, molti dei quali hanno raccontato di subire ancora condizioni di sfruttamento. Amarjit (nome di fantasia) ha spiegato a VD che «spesso i lavoratori non vengono neppure pagati. Io, per esempio, ho lavorato nei campi più di un anno senza ricevere niente. Ora però lavoro in una fabbrica, fortunatamente sto meglio». «Qui a Latina noi braccianti lavoriamo tutti i giorni per 10 o 11 ore. La paga è di 3-4€ all’ora, ma c’è anche chi riesce a guadagnarne 5€», ha detto un altro lavoratore sikh a VD. «Dalla morte di Satnam la situazione è un po’ migliorata, alcuni di noi sono diventati regolari, ma c’è ancora tanto da fare».
In aula Antonello Lovato ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee. «Inutile che nasconda la paura per questo processo», ha detto l’imprenditore al termine dell'udienza. «I miei avvocati mi hanno spiegato che sono qui con l'accusa di omicidio volontario, di aver ucciso un uomo. Questo non è vero. Il 17 giugno del 2024 nella mia terra c'è stato un gravissimo incidente sul lavoro. Mi sono trovato di fronte a una scelta scioccante, ho trovato Singh a terra senza un braccio. Purtroppo ho perso la testa, non ero in me. Non ho mai voluto la sua morte, neanche per un istante», ha concluso Lovato.
La morte di Satnam Singh non è un caso isolato, ma il tragico riflesso di un sistema capitalistico che, ossessionato dal profitto, sacrifica la vita e la dignità dei lavoratori. Il processo per la sua morte, pur rappresentando un passo importante verso la giustizia, non può essere l’unica risposta. È necessario un cambiamento delle leggi che tuteli i diritti dei lavoratori, con la regolarizzazione degli immigrati e un sistema di controlli che protegga realmente chi lavora nei campi. Ma, soprattutto, finché non si metterà in discussione questa logica del profitto e dell’iperproduttività, tragedie come quella di Satnam continueranno a ripetersi, alimentando un ciclo di sfruttamento e disuguaglianza.