Il governo Meloni ha recentemente introdotto nuove restrizioni sulle richieste di cittadinanza per gli italo-discendenti residenti all’estero, imponendo limiti generazionali e nuovi requisiti per il riconoscimento dello ius sanguinis. L’obiettivo dichiarato è frenare quello che molti considerano un abuso del sistema: milioni di persone che, pur non avendo mai vissuto in Italia né parlando italiano, ottengono il passaporto grazie alla discendenza da un lontano antenato emigrato.

 

Mentre il dibattito si concentra su chi, dall’altra parte del mondo, possa essere considerato italiano, c’è una questione che il governo continua a ignorare: quella delle seconde generazioni. Parliamo di giovani nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, perfettamente integrati, che parlano italiano e frequentano le nostre scuole, ma che per lo Stato italiano non sono cittadini. Oggi, chi nasce in Italia da genitori stranieri può ottenere la cittadinanza solo al compimento dei 18 anni, a condizione che abbia vissuto nel Paese ininterrottamente e sia in grado di dimostrarlo. Un percorso tortuoso, pieno di ostacoli burocratici, che finisce spesso per escludere proprio coloro che più di tutti hanno un legame concreto con l’Italia.

 

Questa disparità diventa ancora più evidente se confrontata con il trattamento riservato agli italo-discendenti all’estero. Fino ad oggi, chiunque potesse dimostrare una lontana ascendenza italiana, anche risalente a più di un secolo fa, aveva diritto alla cittadinanza senza neanche dover mettere piede in Italia. Così, mentre un ragazzo nato a Milano da genitori marocchini o filippini deve affrontare un’attesa di 18 anni e superare mille difficoltà, un argentino o un brasiliano senza alcuna connessione reale con il Paese poteva ottenere il passaporto italiano senza troppe complicazioni.

 

La riforma voluta dal governo Meloni introduce un limite a questa situazione, stabilendo che la cittadinanza potrà essere richiesta solo se si ha un genitore o un nonno italiano. Tuttavia, il vero interrogativo rimane: perché il governo si concentra su questo aspetto e continua a ignorare il destino di chi già vive in Italia, si sente italiano, ma non è riconosciuto come tale? Un primo passo per correggere queste ingiustizie potrebbe arrivare con il referendum dell’8 e 9 giugno. La proposta mira a ridurre il requisito di residenza per la naturalizzazione da 10 a 5 anni, semplificando il percorso per chi vive stabilmente in Italia e vuole diventare cittadino a tutti gli effetti. Se approvata, questa riforma potrebbe cambiare la vita di migliaia di giovani, dando loro finalmente il riconoscimento che meritano.

 

L’Italia ha bisogno di una legge sulla cittadinanza più giusta, che valorizzi l’integrazione e il contributo di chi cresce e costruisce il proprio futuro nel Paese. Il governo ha scelto di intervenire per limitare gli abusi dello ius sanguinis perché, come ha detto il ministro Tajani, "la cittadinanza è una cosa seria" e va evitata la "commercializzazione" dei passaporti italiani. Ma se davvero la cittadinanza è una cosa seria, allora è il momento di riconoscerla anche a chi, nei fatti, è già italiano.