«Aiuto»: le urla dei migranti nel Cpr di Trapani durante i pestaggi delle forze dell'ordine
Un video girato di nascosto, urla di dolore e di aiuto e il rumore dei manganelli. È l’ultima testimonianza che arriva dal Cpr di Trapani-Milo, dove la tensione è esplosa dopo il tentativo di suicidio di un giovane tunisino. In risposta, circa 150 persone detenute nel centro hanno iniziato uno sciopero della fame per denunciare le condizioni disumane in cui vivono. Ma la loro protesta sarebbe stata repressa con la violenza, come mostrano le immagini registrate con un cellulare clandestino con la videocamera rotta, poi sequestrato dalle forze dell’ordine. Nel Cpr di Trapani, come nella maggior parte dei centri di permanenza per il rimpatrio – ad eccezione di quelli di Milano e Gradisca d’Isonzo – l’uso degli smartphone è proibito. Questo limita quasi del tutto la possibilità di comunicare con l’esterno. Un trattenuto era però riuscito a filmare l’irruzione delle forze dell’ordine, intervenute in tenuta antisommossa. Teresa Florio, della rete Mai più lager - NO ai CPR, ha raccontato a VD di aver ricevuto il video insieme a un messaggio disperato: «Ci stanno picchiando tutti, stanno cercando il telefono».
Cpr Trapani, l'audio delle aggressioni ai migranti
Secondo Florio, la violenza è scattata dopo la diffusione online di un filmato che documentava un tentativo di suicidio nel centro. La scoperta di uno smartphone ha spinto le forze dell’ordine a un’irruzione nel settore C del Cpr: «Hanno iniziato a picchiare tutti, si è salvato solo chi è riuscito a nascondersi sotto al letto», ha riferito. «Il video è stato inviato con un ultimo angosciante messaggio: "Mandate questo video, è l’ultimo che possiamo inviare da questo telefono”», ha raccontato Florio a VD.La rete Mai più lager – NO ai CPR ha denunciato pubblicamente l’accaduto, sottolineando come la repressione nei centri di detenzione amministrativa sia una pratica sistematica. Il Cpr di Trapani-Milo è lo stesso in cui, poche settimane fa, era stato trattenuto Aziz, un giovane tunisino di 18 anni che aveva tentato il suicidio due volte prima di essere liberato dopo mesi di detenzione.
Il suo avvocato, intervistato da VD, aveva raccontato la sua paura costante: «Molti parlavano di 'fare la corda', ovvero impiccarsi». Le violenze nei Cpr non sono episodi isolati, ma parte di un sistema. L’associazione NO ai CPR ha documentato casi di pestaggi anche nel centro di Macomer, in Sardegna, dove gli abusi da parte delle forze dell’ordine e del personale hanno portato al report A porte chiuse, che è stato poi depositato presso la Procura di Oristano.Nonostante le continue denunce, il governo non solo non intende chiudere questi centri, ma ha annunciato l’apertura di cinque nuove strutture in Italia e l’ampliamento del sistema in Albania. Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto Albania, un provvedimento snello di un solo articolo che chiarisce la possibilità di ospitare nel centro di Gjader non solo i migranti soccorsi in acque internazionali, ma anche quelli trattenuti nei Cpr in Italia e destinatari di espulsione. Il decreto non modifica il protocollo Roma-Tirana, ma solo la legge di recepimento, evitando così di cambiare la destinazione d’uso dei centri.
Come sottolinea Teresa Florio, «questi luoghi sono intrinsecamente luoghi di tortura, non c'è modo di migliorarli». L’idea di replicare questo sistema in Albania, quindi, è ancora più inquietante: «Significherebbe», conclude Florio, «deportare le persone lontano dal controllo della società civile, rendendo gli abusi ancora più difficili da documentare»