Mare Fuori 5, il regista: «Il decreto Caivano ha peggiorato la situazione delle carceri minorili»
Con la quinta stagione, Mare Fuori cambia pelle e torna alle sue origini più crude. Disponibile dal 12 marzo su RaiPlay e dal 26 marzo su Rai2, la serie cerca di restituire l’asprezza delle prime stagioni, accantonando la romanticizzazione del carcere, le storie d’amore e d’amicizia per concentrarsi su una realtà più dura e vicina a quella autentica.
Il regista Ludovico Di Martino, subentrato a Ivan Silvestrini, ha spiegato in un’intervista a Fanpage di aver voluto ricostruire un carcere il più possibile fedele alla realtà: «Ho cercato di costruire un carcere reale, modificando gli spazi: la sala comune è più piccola e spoglia, i cortili sono recinti, gabbie. Ho voluto rendere il senso di prigionia ancora più presente».
Dopo aver visitato l'Istituto Penale Minorile di Nisida, Di Martino ha raccontato di aver provato una profonda sensazione di angoscia e impotenza: «Quando vai via è devastante. Parli con alcuni di loro, vedi che alzano lo sguardo, ma la cosa più dolorosa è vedere che poi si richiudono, non ti guardano negli occhi quando ti salutano, perché tu esci e loro restano lì dentro».
Il regista ha descritto a Fanpage un sistema carcerario che trasmette un forte senso di abbandono, nonostante Nisida sia considerato uno degli istituti più virtuosi d'Italia: «Ha spazi che altri carceri non hanno. Non oso immaginare la situazione nel resto del Paese. È complicato da raccontare: Mare Fuori è, inevitabilmente, una trasfigurazione della realtà».
La condizione degli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) in Italia, infatti, è allarmante. Solo poche settimane fa, nel carcere minorile Ferrante Aporti di Torino sei ragazzi hanno dormito a terra, su brandine da spiaggia e materassi. Il sovraffollamento non solo rende più dura la detenzione, ma peggiora anche le condizioni di lavoro della polizia penitenziaria. Da tempo il sindacato Osapp denuncia le gravi criticità, definendo il Ferrante Aporti «uno dei peggiori istituti minorili d’Italia».
E non si tratta di un caso isolato. Secondo il Garante dei detenuti, gli Ipm italiani registrano un tasso di sovraffollamento del 105,43%, mentre Antigone lo stima al 110%. Su 17 istituti presenti in Italia, 12 sono oltre la capienza massima, con il caso estremo di Treviso, dove il tasso di affollamento arriva al 183%. A peggiorare ulteriormente la situazione ha contribuito l’approvazione del decreto Caivano, nel settembre 2023, che ha inasprito le misure contro la criminalità minorile. Da allora, il numero di detenuti negli Ipm è aumentato drasticamente, passando dai 392 di ottobre 2022 ai 569 di settembre 2024. E sarebbero ancora di più se molti ragazzi, una volta maggiorenni, non venissero trasferiti nei carceri per adulti.
Come ha spiegato Di Martino a Fanpage, raccontare il carcere minorile significa anche evitare semplificazioni: «C’è chi ce la fa e chi no. Chi esce e trova un lavoro da pizzaiolo o ceramista, e chi invece ricade negli stessi errori. Le storie sono tante e diverse, ma quello che resta addosso è la sensazione di essere lasciati soli. È terribile pensare che ogni volta che nei carceri minorili ci sono proteste, tutto ciò che arriva a noi è solo la notizia della rivolta. Non riescono a farsi ascoltare».
Un altro aspetto critico è che la maggior parte dei ragazzi detenuti non ha ancora una condanna definitiva: solo il 34,3% ha ricevuto una sentenza, mentre gli altri si trovano in custodia cautelare, una misura applicata sempre più frequentemente dopo l’entrata in vigore del decreto Caivano. L’inasprimento delle pene, unito alla mancanza di investimenti in istruzione, formazione e percorsi di recupero, ha trasformato il carcere minorile in una risposta automatica al disagio sociale, senza offrire reali alternative.
Così, giovani colpevoli di reati spesso legati alla marginalità vengono rinchiusi dietro le sbarre invece di essere inseriti in percorsi di reinserimento, perdendo ogni possibilità di riscatto. Il decreto Caivano ha consolidato un modello carcerario in cui la repressione ha sostituito la rieducazione, rendendo ancora più difficile immaginare un futuro diverso per chi finisce dentro. E mentre fuori si invocano sicurezza e punizioni esemplari, dentro gli istituti penali minorili cresce un senso di abbandono che spegne ogni speranza.