I diritti conquistati dalle donne sono diritti per tutti e tutte. Dalla sanità al lavoro, le conquiste dei movimenti femministi hanno aperto a nuove opportunità che si sono rivelate utili anche per chi non è donna, dai consultori con andrologi ai diritti sul lavoro. In particolare, il femminismo da sempre aiuta a mettere in discussione e ripensare modelli sociali e culturali: dal diritto di voto, all’aborto fino al divorzio, fino al diritto di sciopero nelle fabbriche. E soprattutto partendo da questo ultimo punto che i femminismi possono spingere per un cambiamento radicale nei rapporti di lavoro.

 

Tra gli economisti infatti si sta diffondendo l’idea che il lavoro, così come è strutturato sia da ripensare. Un po’ meno chiaro è da dove si debba ripartire per creare un modo nuovo di lavorare e di intendere i diritti dei lavoratori. La giornalista Irene Soave sostiene nel suo libro “Lo Statuto delle Lavoratrici”, che un punto da cui poter partire ci sia: vale a dire cominciare con il risolvere i problemi che escludono le lavoratrici. Secondo Irene Soave, le questioni femminili al lavoro sono questioni che interessano anche chi non è donna e la loro risoluzione sarebbe un bene per tutti i lavoratori, a prescindere dal loro genere. Le lavoratrici infatti sono quasi sempre la parte più debole del rapporto di lavoro, tra molestie, salari più bassi dei colleghi e lavoro di cura non retribuito. Da qui la necessità di cominciare a chiedersi se si è pagate abbastanza per le condizioni di stress a cui si è sottoposte, quale valore abbia il lavoro di cura per le lavoratrici e i lavoratori, da che cosa deriva l’eventuale disaffezione dal nostro lavoro.

Come chiedere un aumento alla tua capa

Il femminismo infatti secondo Veronica Gago ha ampliato la definizione di lavoro, ampliandolo e includendo tutto ciò che per il capitale non è produttivo, vale a dire quello domestico, riproduttivo e di cura. Ma soprattutto riconosce lo sfruttamento come funzionale al sistema, collegando la questione di genere alla messa in discussione delle strutture economiche e sociali. L'Italia si colloca tra i Paesi con il tasso di occupazione femminile più basso dell'Unione Europea (UE), pari al 55%, una percentuale decisamente inferiore alla media europea del 69,3% (Eurostat 2022). Sono pagate meno degli uomini (la differenza tra il salario annuale medio è pari al 43%)  e una donna su cinque fuoriesce dal mercato del lavoro quando diventa genitore.


La “lavoratrice”, dunque”, come spiega Soave diventa un femminile «sovraesteso», da cui partire per sanare le disuguaglianze anche di classe proprio guardando a cosa schiaccia le donne nel mondo del lavoro. Quando quindi le donne islandesi sono scese in piazza il 24 ottobre 2023 - compresa la premier Katrin Jakobsdottir - hanno protestato contro un sistema produttivo che calpesta tutti a prescindere dal genere, uomini e donne. Perché se ancora fa notizia che un padre si prenda il congedo parentale allora abbiamo un problema.