Il Governo vuole punire con l'ergastolo i femminicidi, ma non è così che risolveremo la violenza di genere
di Melissa AgliettiSecondo un nuovo disegno di legge presentato dal governo e fortemente voluto dalla premier Giorgia Meloni, il femminicidio diventa reato e verrà punito con l’ergastolo.
«Fin dall’inizio del nostro mandato la violenza sulle donne è stata un tema centrale: abbiamo cercato di intervenire sugli strumenti di prevenzione, con l’adozione di misure cautelari. I femminicidi sono diminuiti in misura molto lieve e quindi abbiamo ritenuto di dover intervenire nuovamente», ha sottolineato la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. Il disegno di legge dovrà poi essere discusso da entrambe le aule prima di essere approvato.
Per il Governo quindi un semplice inasprimento delle pene può risolvere un fenomeno così complesso come la violenza di genere. Del resto, anche in altri ambiti l’esecutivo ha deciso di rispondere con un presunto pugno duro alle questioni che più smuovono gli animi: dall’immigrazione, alla sicurezza e adesso fino ai femminicidi. Chiudere il mostro sotto chiave è in effetti l’unica strategia che il governo Meloni riesce ad adottare. Quante volte sotto gli articoli che trattavano di casi di femminicidio o violenza abbiamo letto rischieste di pubblico linciaggio? Poco importa se questo non è né efficace, né un buon deterrente.
Come ripetono alcune femministe, la violenza di genere è come un iceberg la cui punta è il femminicidio. Sotto ci sono strati e strati di violenza spesso percepita come normale – tipo il complimento di troppo o il lavoro di cura della casa e dei figli che non è retribuito. Ma il femminicida, come lo stupratore e il violento, non sono mostri ma figli sani del patriarcato. Forse quindi stiamo perdendo tempo a mettere sotto chiave il femminicida invece di concentrarci su come cambiare il modo in cui pensiamo e strutturiamo i nostri rapporti. Ecco perché ad esempio l’educazione sesso affettiva fuori e dentro le scuole potrebbe essere non un’ora da bandire dall’agenda scolastica ma un buon punto da dove partire, anche se il governo non è d’accordo.