La storia di Aziz, il giovane tunisino di 18 anni detenuto nel Cpr di Trapani-Milo, ha finalmente avuto un lieto fine. Dopo mesi di sofferenza, oggi si è tenuta l'udienza che ha sancito la sua liberazione. La vicenda di Aziz è simile a quella di molti altri migranti, che come lui sono costretti a vivere in condizioni disumane, privati dei loro diritti fondamentali e sottoposti a violenze fisiche e psicologiche. Tuttavia, la sua liberazione non è la norma. In altri casi, il trattamento subito nei Cpr sfocia in gravi conseguenze, come sofferenze prolungate, decessi o suicidi. Nei mesi scorsi, Youssef (nome di fantasia) aveva raccontato a VD l'orrore vissuto in questi luoghi, rivelando che nel Cpr di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, aveva assistito alla morte di un ragazzo, Oussama, che aveva fatto abuso di psicofarmaci. Purtroppo, eventi come questo non sono rari. Inchieste giornalistiche e rapporti delle associazioni hanno documentato ripetuti atti di violenza, sia da parte delle forze dell'ordine che degli operatori privati che gestiscono queste strutture. Come spiega Teresa Florio dell’associazione No ai CPR, “a Macomer, in Sardegna, un gruppo di persone si alternava per picchiare i migranti. Abbiamo pubblicato un report che si concentra proprio su questo centro, dove sono stati documentati episodi di percosse ai danni dei detenuti”.

 

Florio precisa che queste strutture sono state istituite nel 1998 dalla Legge Turco-Napolitano con il nome di Centri di Permanenza Temporanea (CPT), rinominati nel 2017 CPR dalla Legge Minniti-Orlando. Fino a pochi anni fa era quasi impossibile sapere cosa accadesse all'interno, perché l'uso del cellulare era vietato. «I Cpr di Milano e Gradisca d'Isonzo sono gli unici dove è possibile detenere un telefono, grazie a una sentenza sul ricorso ASGI del 2021. È così che i trattenuti hanno cominciato a denunciare, filmando i pestaggi o mostrando insetti nel cibo». Le violenze fisiche non sono l'unico problema: i Cpr sono anche luoghi dove i migranti subiscono gravi abusi psicologici, come nel caso di Aziz, che ha tentato due volte di togliersi la vita. La sua condizione psicologica si è deteriorata rapidamente dopo il suo ingresso nel Cpr di Trapani, dove, come confermato dalla psicologa del centro, la sua fragilità era stata ignorata, nonostante le evidenti difficoltà nell'affrontare il contesto di reclusione. Nonostante la diagnosi di fragilità, la Corte d'Appello di Palermo aveva inizialmente rigettato la richiesta di revoca del trattenimento, lasciando Aziz in una condizione di crescente vulnerabilità.

 

A complicare ulteriormente la situazione, come spiega Nicola Cocco, esperto di medicina detentiva e delle migrazioni, è il fatto che nei contesti di detenzione non esistono confini netti tra autolesionismo, tentativi di suicidio e simulazioni di gesti autolesivi. «Non è sempre possibile classificare un comportamento con certezza, per cui non si può escludere che una persona che manifesta uno di questi segnali non compia un gesto più grave o estremo». Un altro grave problema documentato è l'abuso di psicofarmaci, un fenomeno sistematico nei Cpr. Secondo un'inchiesta di Altreconomia, nel CPR di Potenza sono stati acquistati quasi 3.000 psicofarmaci in soli sei mesi, destinati a circa 400 trattenuti. Come aveva spiegato qualche mese fa l'avvocato Covella a VD, questi farmaci vengono utilizzati per "tenere sotto controllo" i detenuti e prevenire problemi di ordine. In particolare, le benzodiazepine e gli antiepilettici, come il Rivotril, sono somministrati anche a chi non ne avrebbe bisogno, instaurando una vera e propria "gestione chimica" della detenzione.

 

Le violenze e gli abusi nei Cpr sono quindi strutturali, e la situazione rischia di peggiorare ulteriormente con l'adozione del disegno di legge sulla sicurezza, che prevede l'introduzione del reato di "resistenza passiva" all'interno di questi centri. Questo nuovo reato colpirebbe chiunque esprima il proprio disagio tramite forme non violente di protesta, che però, come denunciano le associazioni, sono spesso l'unico strumento a disposizione dei trattenuti per denunciare le loro condizioni. Criminalizzare queste forme di protesta sarebbe un ulteriore passo verso la disumanizzazione di tali strutture. Nonostante le numerose denunce, il governo non sembra intenzionato a fermare l'espansione dei Cpr. Il ministro Piantedosi ha recentemente annunciato l'apertura di cinque nuovi centri in Italia, oltre a quelli già attivi in Albania. «Non è vero che siamo fermi al palo. Abbiamo individuato cinque nuovi siti dove realizzare Cpr e per due di essi sono già stati affidati gli studi preliminari». Parole che, di fronte a tanta sofferenza documentata, sembrano confermare la volontà di proseguire con una politica di detenzione e marginalizzazione, piuttosto che affrontare la questione con una visione di accoglienza e rispetto dei diritti umani.

 

Nel Cpr di Trapani, come in altri centri di rimpatrio italiani, vengono trattenute spesso persone vulnerabili. Come spiega Cocco, «stiamo assistendo a una deriva manicomiale, con persone con problemi di salute mentale che dovrebbero essere seguite dai servizi territoriali e non in centri di detenzione. In un Paese che vanta la legge Basaglia, questa situazione è una vergogna». Aziz oggi è libero, ma Ousmane Sylla è morto nel Cpr, così come Moussa Balde, un giovane di 23 anni che, dopo essere stato picchiato a Ventimiglia, è stato portato al centro di Torino, dove si è impiccato. E poi Abdel Latif, tunisino di 26 anni, morto nel reparto psichiatrico dell'ospedale San Camillo di Roma, dopo essere stato trasferito dalla struttura di Ponte Galeria.

 

Anche Teresa Florio, di Mai più Lager - No ai CPR, conferma che situazioni come quella di Aziz sono frequenti. «Purtroppo, nei Cpr ci sono tanti ‘Aziz’, senza la fortuna di ricevere un'assistenza adeguata. Sono molti i ragazzi che ci finiscono perché, una volta raggiunti i 18 anni, vengono espulsi dai centri per minori non accompagnati senza che siano state completate le pratiche per la loro regolarizzazione da ‘adulti’». Per questo, conclude Florio, «chiediamo la chiusura di tutti i Cpr, perché sono luoghi disumani».