Perché il ddl Sicurezza è un «attacco alla libertà di protesta»
di Davide TragliaSabato 22 febbraio in molte città italiane si scenderà in piazza contro il ddl Sicurezza, attualmente in discussione al Senato. Il provvedimento introduce nuove fattispecie di reato e inasprisce le pene per chi protesta, mettendo a rischio i diritti fondamentali. Secondo Patrizio Gonnella, giurista e presidente dell’Associazione Antigone, «contiene un attacco al diritto di protesta come mai accaduto nella storia repubblicana».
In effetti, è difficile dargli torto. Fra le misure più gravi, la norma “anti-Gandhi”, che mira a delegittimare e criminalizzare azioni di disobbedienza non-violenta – come un corteo studentesco o di lavoratori che protestano bloccando il traffico – punendole con una reclusione dai sei mesi a due anni. Ma la repressione del dissenso non si ferma qui. Il ddl inasprisce pesantemente le pene per il danneggiamento durante le manifestazioni, portandole fino a cinque anni di carcere e multe fino a 15.000 euro. Una strategia chiara: criminalizzare la protesta, spaventare chiunque voglia scendere in piazza. Non bastasse, si estende il Daspo urbano per chi ha precedenti per reati contro la persona o il patrimonio nelle infrastrutture di trasporto pubblico.
Oltre alla repressione del dissenso pubblico, il ddl colpisce anche i migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), punendo con pene che vanno fino a 5 anni di reclusione per chi si ribella, anche pacificamente, alle condizioni spesso disumane di queste strutture. E non serve neanche un’azione violenta: viene punita persino la resistenza passiva agli ordini, cioè la semplice protesta contro gli abusi. Un altro passo verso la normalizzazione della repressione. In realtà, come documentato da diverse inchieste, per i trattenuti forme di resistenza più o meno dure o atti di autolesionismo sono le uniche azioni che permettono di far emergere le violenze e gli abusi di potere che le forze dell’ordine compiono nei loro confronti.
Ma non è tutto, perché le norme non prevedono alcun controllo sull’operato di queste ultime. Ad esempio, l’articolo 21 autorizza l’uso delle bodycam sulle divise delle forze dell’ordine, ma – guarda caso – senza introdurre alcun numero identificativo per gli agenti. Il risultato è che non ci sarà alcuna trasparenza, nessuna possibilità di identificare eventuali – e frequenti – abusi. Per loro, anzi, il governo Meloni ha pensato anche a un paracadute economico: gli articoli 22 e 23 stanziano fino a 10.000 euro per le spese legali di poliziotti e militari coinvolti in procedimenti giudiziari.
Non mancano misure ancora più gravi e irrazionali. Una norma rende facoltativo il rinvio della pena per le donne incinte o con figli sotto l’anno di età, aprendo le porte del carcere anche a loro. Si vieta la coltivazione della cannabis light, mettendo in ginocchio un intero settore e cancellando migliaia di posti di lavoro, in barba alle normative europee. Infine, chiunque voglia acquistare una Sim telefonica dovrà esibire il permesso di soggiorno, alimentando ulteriormente discriminazioni e ostacoli all’integrazione.
Tutto questo viene giustificato con l’ormai abusata scusa dell’emergenza sicurezza. In realtà non solo i dati dimostrano che non c’è alcun aumento della criminalità, ma fanno emergere anche che le ultime politiche del governo Meloni in tema sicurezza sono state assolutamente inefficaci e hanno finito per riempire ancora di più carceri già sovraffollate (in media del 132%, con picchi del 177% a Bologna, 151% a Modena, 163% a Ferrara e 165% a Ravenna). Ancora, il decreto Caivano, introdotto con l'obiettivo di combattere la criminalità minorile e l'abbandono scolastico, ha avuto conseguenze significative sul sistema penale minorile italiano. Dall'ottobre 2022 al settembre 2024, il numero di giovani detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) è aumentato del 48%, passando da 392 a 569 presenze. Questo incremento è avvenuto nonostante una diminuzione del 4,15% della criminalità minorile nel 2023.
Un dato preoccupante riguarda la natura dei reati commessi: oltre la metà (52,2%) sono reati contro il patrimonio, come furti e rapine, spesso legati a situazioni di disagio socioeconomico. Inoltre, il 65,7% dei giovani detenuti si trova in custodia cautelare, quindi senza una condanna definitiva, sollevando interrogativi sull'adeguatezza delle misure adottate.
Il ddl Sicurezza rischia di aggravare ulteriormente questa situazione, trasformando il dissenso in un crimine e minacciando di incarcerare chiunque osi contestare, anche pacificamente, le politiche del governo. È evidente il tentativo, sempre più sfacciato, di soffocare ogni voce critica, di reprimere le proteste, di colpire i più vulnerabili e di consolidare il potere attraverso la paura e la repressione. Ci troviamo di fronte a un disegno di legge che non tutela la sicurezza, ma la usa come pretesto per limitare la libertà e la democrazia.
Per questo, sabato sarà fondamentale scendere in piazza. Perché il vero pericolo non sono gli studenti in corteo o i migranti nei Cpr, ma un governo che trasforma il diritto di protesta in reato e prova a erodere pezzo dopo pezzo la nostra democrazia.