Oggi, 12 giugno, musei, archivi, biblioteche, teatri e parte del mondo dello spettacolo dal vivo si fermeranno per il primo sciopero nazionale unitario del settore cultura dopo oltre 50 anni. Per la prima volta dopo decenni, l’intero comparto dei beni culturali si mobilita contemporaneamente su scala nazionale.

A indire la protesta sono FP CGIL, Nidil CGIL, CUB, ADL COBAS, COBAS Lavoro Privato, CLAP e USI CTS, insieme a una rete di collettivi e associazioni che chiamano allo stop lavoratori e lavoratrici del Ministero della Cultura, del comparto Federculture, delle fondazioni lirico-sinfoniche, dei teatri e dei servizi esternalizzati. Dietro la giornata di stop c’è una vertenza che attraversa tutto il settore: precarietà strutturale, contratti frammentati, salari bassi e un sistema sempre più basato su esternalizzazioni e appalti. Non si tratta solo di rivendicazioni economiche, ma della richiesta di riconoscimento di un lavoro che spesso resta invisibile.

In questo quadro si inserisce anche il contributo delle realtà e dei collettivi che negli ultimi anni hanno riportato al centro il tema del lavoro culturale, come Mi Riconosci?, che da tempo denuncia le condizioni strutturali del settore e la distanza tra narrazione pubblica della “cultura come eccellenza” e la realtà quotidiana dei lavoratori. Lo sciopero, spiegano le organizzazioni promotrici, nasce proprio da questa urgenza: «Scioperiamo per condizioni lavorative dignitose per tutte e tutti, scioperiamo perché la logica del profitto non deve prevalere e la cultura non può essere trasformata in semplice merce di scambio».

Una mobilitazione che si inserisce in una storia più lunga di tensioni nel comparto. Le sigle sindacali ricordano come negli ultimi anni il settore abbia subito un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro: «Nel 2015, utilizzando come scusa una banale assemblea sindacale preavvisata, il governo arrivò per decreto a limitare ulteriormente il diritto di sciopero in un settore già impoverito e parcellizzato. Dopo 11 anni da quel colpo, i lavoratori del settore, tutti senza differenze, protestano insieme per chiedere alle istituzioni di smettere di parlare di bellezza, orgoglio, eccellenze culturali: non c’è eccellenza se i lavoratori faticano ad arrivare alla fine del mese o sono costretti a cambiare settore per mangiare». Le parole dei sindacati si intrecciano anche con un altro fronte di dibattito che nelle ultime settimane ha coinvolto il mondo della cultura: quello dell’abilitazione alle professioni turistiche, in particolare le polemiche sull’esame nazionale per guida turistica, accusato da più parti di essere eccessivamente selettivo e distante dalle reali condizioni del lavoro sul campo.