Gli avevano offerto 70 euro lordi per due giorni di lavoro. I musicisti dell’orchestra del teatro La Fenice di Venezia avrebbero dovuto registrare l’Inno di Mameli da trasmettere su Rai1 durante le celebrazioni del 2 giugno. Ma i lavoratori e le lavoratrici non hanno accettato la cifra proposta. «Suonare l’Inno d’Italia per la Festa della Repubblica sarebbe di sicuro un onore, ma è altrettanto vero che la Costituzione afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro e noi chiediamo una retribuzione conforme alla nostra professione», ha spiegato al Corriere del Veneto il segretario provinciale Fials Marco Trentin.

«L'Italia è piena di italiani che pagherebbero per avere l'onore di intonare l'inno d'Italia. È una cosa abbastanza grave», ha replicato il ministro della Cultura Alessandro Giuli, scatenando ulteriori polemiche. «Se ci avessero chiesto di suonare l’Inno di Mameli gratuitamente sarebbe stato più dignitoso – spiega ancora Trentin, professore d'orchestra, al Corriere del Veneto –. Per due giorni di registrazione la proposta iniziale era di 70 euro lordi a persona. Una cifra che ci sembrava sinceramente inammissibile. Capiamo che è l’Inno di Mameli, ma parliamo anche di lavoro.»

Le trattative tra direzione del teatro e sindacati sono andate avanti per diversi giorni. L’ipotesi di coinvolgere solo l’orchestra, lasciando a casa il coro per tagliare i costi, non è piaciuta ai musicisti, che si sono fermamente opposti. Poi la direzione ha proposto di attivare solo il 50% dei lavoratori, tra orchestra e coro. «Perché metà dev’essere pagata e metà no?», è stata la replica.

Alla fine, dopo giorni di trattative, è stato trovato l’accordo: Il sindaco di Venezia Brugnaro ha messo a disposizione i 20mila euro che mancavano per coprire i costi dei compensi di orchestra e coro. «I lavoratori vogliono essere pagati e il ruolo del sindacato è questo», ha detto il primo cittadino veneziano.