La terra brucia, la politica guarda: in Salento un disastro annunciato di cui siamo tutti complici
di Paolo RussoOrmai non è più estate senza il sapore di cenere in gola: non è più una vacanza, non è più il racconto idilliaco di una terra da cartolina, ma un bollettino di guerra quotidiano dove il fumo oscura il cielo e la dignità di un intero territorio. Giorni fa la collina della Madonna della Serra, a Ruffano, è stata letteralmente divorata dalle fiamme, mettendo in ginocchio una comunità, costringendo all'evacuazione d'urgenza diverse abitazioni e richiedendo l'intervento disperato di canadair e squadre di terra nel tentativo di salvare il salvabile da un inferno di fuoco e fumo.
Ma la verità dobbiamo dircela tutta, con una ferocia e una lucidità che finora sono mancate sia a chi governa sia a chi abita questa terra: quello che sta succedendo in Salento non è una tragica fatalità, non è un destino cinico e baro, ma un fallimento sistemico, politico e culturale totale. Smettiamola una buona volta di dare la colpa al "caldo record" o al cambiamento climatico per lavarci la coscienza collettiva, perché l'autocombustione è una favola per bambini e la natura non si suicida da sola. Dietro ogni singolo metro quadro di terra bruciata in Salento c'è la mano criminale dell'uomo: che si tratti della follia dolosa di un piromane che gode nel vedere il mondo bruciare, o della negligenza altrettanto criminale di proprietari terrieri che ripuliscono i campi appiccando fuochi fuori controllo alla ricerca di una scorciatoia comoda ed economica, il risultato non cambia e le responsabilità sono ugualmente imperdonabili. La provincia di Lecce è stata ridotta a un immenso accendino sociale e ambientale pronto a scattare alla prima scintilla, a causa di una totale e vergognosa assenza di manutenzione ordinaria.
Strade provinciali costeggiate da muri di sterpaglie secche, chilometri di campagne lasciate al degrado più assoluto e un vento costante che trasforma ogni focolaio in una tempesta perfetta non sono imprevisti, sono la cronaca di un disastro ampiamente annunciato. A complicare questo scenario desolante c'è l'elefante nella stanza che tutti fanno finta di non vedere o di aver dimenticato: il deserto post-Xylella. Milioni di ulivi secolari, un tempo spina dorsale economica e paesaggistica della regione, oggi sono ridotti a scheletri di legno secco e friabile, biomassa abbandonata a sé stessa perché i piccoli proprietari non hanno le risorse, la spinta istituzionale o semplicemente la voglia di espiantare e bonificare. Questo significa avere milioni di torce naturali pronte a esplodere, un potenziale combustibile che trasforma qualsiasi scintilla in una bomba ambientale devastante. Di fronte a tutto questo, l'azione delle istituzioni regionali e locali è semplicemente imbarazzante e si limita a rincorrere l'emergenza con i cerotti, piangendo lacrime di coccodrillo davanti alle telecamere e promettendo droni, canadair e potenziamenti dei soccorsi quando ormai il danno è fatto. Dov'è la prevenzione strutturale, quella che si fa a gennaio e febbraio? Dove sono i controlli reali, serrati e le sanzioni esemplari per chi non pulisce i propri terreni privati prima dell'arrivo dell'estate? La verità è che c'è una tolleranza diffusa, un'assuefazione al disastro che fa spavento.
Il dramma vissuto a Ruffano è lo specchio di una terra che si sta arrendendo alla propria stessa incuria e all'abbandono dello Stato, dove i cittadini si ritrovano ogni anno a tremare guardando l'orizzonte e a sperare solo che il vento non spinga le fiamme verso le proprie case. Se continuiamo con questa ignavia, tra pochi anni non ci sarà semplicemente più nulla da bruciare e il Salento sarà ridotto a una distesa desolata di roccia calcarea e terra nera. È ora di finirla con i post di solidarietà sui social, con i tavoli tecnici farsa e con i finti piagnistei: serve una legislazione speciale di tolleranza zero, l'incriminazione durissima di chiunque accenda un fuoco in estate, il sequestro dei terreni lasciati incolti e un piano di riforestazione e gestione del territorio che non guardi al profitto immediato ma alla sopravvivenza stessa di questa terra, prima che l'ultimo brandello di identità salentina diventi solo un cumulo di cenere calpestata.