Ogni volta che arriva l’estate, chi può permetterselo cerca rifugio dal caldo asfissiante scegliendo di passare le vacanze in ambienti più miti e freschi, possibilmente al nord del globo, o in montagna.  A questa tendenza è stato dato il nome di “coolcation”, una crasi tra cool (“fresco”, ma anche “figo”) e location. 

Secondo il rapporto European State of the Climate 2025 di Copernicus, pubblicato ad aprile 2026, l'Europa si sta riscaldando al doppio della velocità rispetto alla media globale, risultando il continente che si scalda più rapidamente sulla Terra.  Se fa troppo caldo, allora si  prova ad andare dove fa meno caldo. Ma si tratta di un paradosso.

Uno studio pubblicato su Nature ha calcolato che tra il 2009 e il 2019 la carbon footprint globale del turismo è cresciuta al ritmo di 3,5% annuo, più del doppio rispetto alla crescita delle emissioni globali, raggiungendo ll'8,8% delle emissioni totali.  Un ruolo centrale è occupato dai viaggi in aereo: i progressi sull'efficienza energetica del settore sono largamente insufficienti rispetto alla crescita della domanda di voli. 

Il biglietto aereo low-cost della nostra vacanza, però, non riflette questo costo, perché il carburante aereo continua a beneficiare di esenzioni fiscali. Insomma, più crescono i flussi di chi vuole vedere i ghiacciai prima che spariscano, più le emissioni dei voli ne accelerano lo scioglimento.

C'è poi una questione di classe: Le mete fresche sono in genere meno diffuse, più costose e lontane e richiedono più giorni liberi e viaggi fuori stagione, compatibili con una maggiore libertà economica.  La coolcation non è democratica, ma è piuttosto una risposta individuale a un problema strutturale e collettivo. E chi non può permettersi di scappare verso il nord resta al caldo, nelle città che si surriscaldano, nei quartieri senza verde, con la bolletta del condizionatore che sale.