L’Europa si prepara a fronteggiare una crisi energetica che potrebbe durare mesi, mentre lo stretto di Hormuz, snodo strategico per petrolio e gas, resta sotto la pressione della tensione geopolitica. L’Iran mantiene il controllo delle rotte, aprendo il passaggio solo a chi paga, mettendo a rischio le forniture e contribuendo all’aumento dei prezzi.

Il 9 aprile è atteso l’ultimo carico di cherosene destinato all’Europa. La nave, partita il 26 febbraio dal terminal di Mina Al Ahmadi in Kuwait, è riuscita ad attraversare lo stretto prima del blocco imposto dall’Iran; dopo di essa, dal Golfo non sono previste ulteriori forniture. Circa il 40% del carburante per l’aviazione europea proviene proprio da questa area. Le compagnie aeree stanno già predisponendo piani di emergenza: se la situazione non dovesse sbloccarsi, tra giugno e settembre si potrebbero verificare riduzioni dei voli, soprattutto verso isole e destinazioni turistiche più difficili da rifornire, con possibili effetti a cascata sull’intera filiera del turismo.

Crisi energetica globale, l'allarme del premier australiano: «Mesi difficili» per petrolio e gas

Per limitare l’impatto della crisi, diversi Paesi hanno già introdotto interventi specifici. In Australia, alcune regioni come Victoria e Tasmania hanno reso gratuiti i trasporti pubblici per ridurre l’uso delle auto, mentre il primo ministro Anthony Albanese ha avvertito che i prossimi mesi saranno difficili.

Anche Paesi produttori come l’Egitto hanno adottato misure interne: il governo ha ridotto l’illuminazione pubblica, anticipato la chiusura delle attività commerciali e introdotto una giornata di lavoro da remoto a settimana.

Nelle Filippine è stato dichiarato lo stato di emergenza nazionale, con sussidi ai trasporti, riduzione dei servizi e settimana lavorativa più corta nel settore pubblico. In Sri Lanka il governo ha istituito un giorno festivo settimanale per scuole e uffici pubblici, accompagnato da un rigido razionamento della benzina. Misure analoghe sono state adottate in Bangladesh e Myanmar, con chiusure universitarie, blackout programmati e sistemi di distribuzione controllata del carburante, anche tramite strumenti digitali e targhe alterne.

In Europa, in assenza di provvedimenti comuni immediati, sono i singoli Stati a muoversi. La Slovenia è stata tra i primi a introdurre il razionamento del carburante, fissando un tetto massimo giornaliero per i rifornimenti dei privati. Anche l’Italia è intervenuta per attenuare gli effetti della crisi energetica, con un decreto legge che proroga il taglio delle accise sui carburanti fino al 1° maggio. Il provvedimento, del valore di circa 500 milioni di euro, è finanziato in parte dall’aumento del gettito IVA e in parte da fondi europei legati alle emissioni di CO₂ non ancora utilizzati, e mira a calmierare temporaneamente i prezzi.

Il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha avvertito che «la situazione potrebbe peggiorare nelle prossime settimane». In una comunicazione inviata ai 27 Stati membri, ha invitato governi e cittadini ad adottare comportamenti volti a ridurre i consumi: maggiore ricorso ai mezzi pubblici, smart working, car sharing e limitazione degli spostamenti non necessari. Accanto a queste misure, la Commissione europea promuove soluzioni alternative, come l’incremento dei biocarburanti e un maggiore utilizzo delle energie rinnovabili, per ridurre la dipendenza dai prodotti petroliferi tradizionali e alleggerire la pressione sui mercati.

L’emergenza evidenzia la vulnerabilità delle catene energetiche globali e sottolinea la necessità di combinare interventi immediati con strategie di lungo periodo. L’integrazione di energie rinnovabili, l’adozione dei biocarburanti e il coordinamento tra Stati appaiono strumenti indispensabili per garantire la resilienza energetica in un contesto geopolitico sempre più instabile.