Dopo qualche giorno di tregua, le città italiane sono tornate nella morsa del caldo, con picchi di 37/39 gradi e notti tropicali in tutta la Penisola. Le ondate di calore sono sempre più frequenti e insopportabili, ma non colpiscono tutti allo stesso modo. Nelle periferie delle grandi città, ad esempio, resistere all’estate è molto più difficile. Lo ha dimostrato la campagna itinerante di Legambiente “Che caldo che fa! Contro la cooling poverty: città + fresche, città + giuste”. Gli attivisti hanno fatto tappa a Roma, Napoli, Bologna, Milano e Palermo, monitorando le temperature nelle aree centrali e periferiche con 34 rilevazioni effettuate nelle ore più calde della giornata.

A Napoli, il quartiere di Secondigliano - nella periferia nord - l’1 e il 2 luglio ha registrato una media dell’aria di 39,7 °C e un picco al suolo di 81,2 °C. Il Vomero, quartiere del centro città, ha invece segnato una media rispettivamente di 36,6 °C e 76,2 °C. «Se è vero che nessun quartiere è immune alle ondate di calore - si legge nelle conclusioni di Legambiente - le condizioni per affrontarle sono molto diverse. Infatti, mentre il Vomero conta 99 aree verdi, una piscina, quattro fontane, tre portici e un sistema di trasporto pubblico ben sviluppato (3 fermate metro, 3 funicolari, 22 fermate bus), Secondigliano conta solo 6 aree verdi, nessuna fontanella o piscina, né portici o coperture artificiali, e appena 12 fermate bus».

Migliaia di studi dimostrano che alberi e vegetazione, usati come “infrastruttura verde”, contribuiscono in modo efficace ad abbassare le temperature. «Non è una sensazione: è un fenomeno scientificamente noto, chiamato isola di calore urbano. Le superfici artificiali delle città si comportano come una grande piastra che assorbe e rilascia calore, rendendo la percezione del caldo più intensa rispetto a quelle naturali», spiega Antonio Pepe, arboricoltore. «In genere, un’area verde riduce la temperatura del suolo tra i 2 e i 9 °C. Gli edifici con tetti verdi possono raffreddarsi fino a 17 °C in meno. Naturalmente, i risultati variano in base al tipo di edificio e al contesto urbano. Un quartiere con alberi e vegetazione può far percepire anche 3-4 °C in meno rispetto a uno privo di verde. Questo grazie all’evapotraspirazione e alla fotosintesi, che riducono l’impatto dei raggi solari».

Ma piantare alberi non basta più: è necessario ripensare i nostri modelli urbani e di sviluppo. La fondazione Alberitalia, che si propone di piantare 60 milioni di alberi - uno per ogni abitante del Paese - sottolinea che i vivai forestali rappresentano l’anello debole della catena italiana: oggi, infatti, è improbabile riuscire a produrre un numero sufficiente di alberi per raggiungere l’obiettivo. Che fare, allora? È ormai evidente che il verde urbano non è un semplice elemento decorativo, ma parte integrante di una strategia di adattamento al cambiamento climatico. Non si può più prescindere dalle infrastrutture verdi.

«Non dobbiamo solo piantare alberi, ma creare nuove aree verdi», ribadisce Pepe. «Molti degli alberi messi a dimora negli ultimi anni sono stati piantati in zone dove già c’erano alberi. Dobbiamo invece realizzare nuovi spazi verdi, aumentare la superficie verde disponibile». E aggiunge: «Dopo il PNRR, molte città hanno migliorato il loro bilancio arboreo. Ma dobbiamo superare la logica del semplice conteggio: non conta quanti alberi piantiamo, ma quanti metri quadrati di verde riusciamo a creare tra chiome e superfici. Un grande albero e un prato possono fare molto più di decine di piccoli alberi».

Paradossalmente, i centri storici delle nostre città sono tra le zone che più avrebbero bisogno di verde - eppure sono quelle in cui è più difficile piantarlo. «Le città storiche non hanno spazi liberi, non hanno suoli disponibili», conclude Pepe. «Il PNRR è stata un’occasione persa. Prima di finanziare la messa a dimora degli alberi, bisognava ripensare il tessuto urbano. Ogni strada, marciapiede, pista ciclabile o piazza ristrutturata di recente avrebbe potuto essere progettata per aumentare il suolo libero da cemento, invece della solita aiuola da un metro quadro».